Speranze di pace per il Sud Sudan

Mentre, nonostante la firma di un accordo di principio fra governo e ribelli il 5 luglio, il conflitto del Darfur resta in una situazione di stallo, sembra potersi avviare ad una soluzione l’ultraventennale conflitto che ha opposto i successivi governi islamici di Khartoum all’Spla (Esercito popolare per la liberazione del Sudan) nel sud del paese e che ha causato un milione e mezzo di morti. Con la firma di una Costituzione provvisoria che stabilisce una nuova ripartizione dei poteri e l’insediamento di John Garang, leader dell’Spla, nella carica di primo vice-presidente il 9 luglio scorso, gli accordi di pace sottoscritti nel gennaio scorso sono entrati nella fase esecutiva. In base ad essi al partito del presidente Omar al Bashir spetteranno il 52% dei posti nel governo nazionale e nel parlamento, all’Spla il 28% e agli altri partiti di opposizione del sud e del nord il restante 20%. Nella Pubblica Amministrazione il 70% dei posti spetterà agli uomini di al Bashir, il 30% a quelli di Garang. I governi locali saranno di spettanza delle forze governative nel nord, dell’Spla nel sud. Faranno eccezione le tre “aree marginali” dei monti Nuba, Abyei e Nilo Azzurro, dove la suddivisione sarà 55-45% a favore del governo. La rendita petrolifera sarà divisa a metà fra nord e sud, così come l’esercito di 39 mila unità dovrà assorbire anche una forte quantità di ex guerriglieri. La sharia sarà applicata solo nel nord del paese. Dopo sei anni di vigenza dell’accordo il sud potrà tenere un referendum per decidere se continuare a far parte di un Sudan unitario, oppure optare per la secessione.
Le Nazioni Unite assisteranno questo processo con una loro missione, chiamata Unmis, istituita dal Consiglio di Sicurezza nel marzo scorso con la risoluzione 1590, che potrebbe portare in Sudan 10.000 uomini fra militari e civili. Il responsabile politico della missione è l’olandese Jan Pronk, mentre il responsabile militare è un generale del Bangladesh, Fazle Elahi Akbar. Nel quadro degli impegni assunti l’Italia ha già inviato a Khartoum 220 parà.

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