Spezzati da questa flessibilità

Di Fabio Cavallari
23 Settembre 2004
Le imprese non possono garantire il posto fisso a vita, ma il problema è che i “flessibili” sono tenuti ai margini della vita sociale

Apriamo un dibattito su lavoro, flessibilità e consumi. Lo propongo dalle pagine di questo settimanale, ben sapendo che l’area politico-culturale vicina a Tempi è ben lontana dalle mie premesse concettuali. Sono la stima e l’amicizia costruite in questi due anni di collaborazione che mi permettono di lanciare codesta sfida. Non dibattito accademico quindi, non polemica giornalistica o dissertazione ideologica. Quello che propongo è un confronto aperto, franco e chiaro. L’unica pregiudiziale che mi sento di avanzare risiede nella necessità e nell’obbligo di partire dal reale, dall’uomo, dalla vita quotidiana. In questi ultimi dieci anni, il dispiegarsi della globalizzazione e la trasformazione del capitale, hanno modificato sostanzialmente la struttura del mercato e delle aziende. Sempre più spesso si alternano momenti di grande “entusiasmo” produttivo a pesanti flessioni. Il mito del posto a tempo indeterminato non solo è scomparso come possibilità concreta, ma è stato rigettato come obiettivo anche dalle nuove generazioni. Questa tendenza è diventata ad un certo punto addirittura un “modo di pensare”. La legislazione del lavoro ha cercato di assecondare questo impulso, creando una serie di “opportunità” con lo scopo di garantire un alleggerimento delle gabbie contrattuali sorte nel Novecento. Sono nati a questo scopo i contratti a progetto (ex co.co.co), di inserimento, il lavoro intermittente (a chiamata), il part-time elastico e l’apprendistato lungo, senza contare ovviamente tutte le varianti del lavoro a tempo determinato. Ora, in molti sono convinti che questo momento storico non può offrire molto di più di quanto testé ho cercato di illustrare. Molti altri chiamano questo insieme di possibilità “precarizzazione”. La tendenza a radicalizzare queste riflessioni può portare soltanto ad un incancrenirsi dei rapporti sociali. Il dibattito che vorrei lanciare, allora, parte da un’ammissione: sì, le aziende oggi non possono garantire il posto di lavoro all’infinito, l’incertezza dei mercati e la fluttuazione delle commesse richiedono una flessibilità dell’organico presente nell’unità produttiva. Detto questo, è indispensabile riflettere sui guasti che questo schema può provocare sui lavoratori. Nell’attuale fase economica servirebbe una forte ripresa dei consumi (perlomeno interna) e una decisa disponibilità alla costruzione individuale per il futuro. Tutti questi soggetti flessibili, però, non possono per ragioni concrete contribuire a questo progetto. Non certo per volontà. Pensiamo a Mauro, operaio in affitto, oppure a Claudia, centralinista part-time per tre mesi. Nessun istituto bancario è disposto a concedere loro un mutuo per l’acquisto di una casa. Vincenzo addirittura si è visto negare il finanziamento per l’auto, in quanto il suo contratto a progetto non gli garantiva una “busta paga” adeguata. Teresa e Paolo, entrambi “assunti” con ritenuta d’acconto presso una ditta di pulizie, non si possono sposare perché la banca non ha ritenuto affidabile il loro introito mensile al fine di elargire un prestito personale. Insomma a tutti questi soggetti che risposte dobbiamo dare? Se il lavoro necessita di forme flessibili, l’economia ha bisogno di consumatori attivi. In tali condizioni questi uomini e queste donne sono lavoratori senza cittadinanza, operai che non possono operare nella vita. Apriamo un dibattito, cerchiamo soluzioni reali, riconosciamo le ragioni che stanno al di qua e al di là della barricata. In poche parole, muoviamoci nel reale e guardiamoci in faccia.

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