Spirit of London

Di Bottarelli Mauro
14 Luglio 2005
LA REAZIONE DI LONDRA AGLI ATTENTATI SI POTREBBE DEFINIRE COME LA "RESISTENZA DELLA VITA QUOTIDIANA". SI LAVORA, SI AMA, SI SCENDE NEL METRO', SI BEVE AL PUB CONSAPEVOLI CHE LA PRIMA GUERRA DA VINCERE E' QUELLA DELL'AMORE PER LA VITA. DAL NOSTRO INVIATO NELLA CAPITALE FERITA, MA IN PIEDI E CON LA SCHIENA DRITTA

Londra. «Ieri abbiamo pianto per questa grande città, ma oggi stiamo di nuovo camminando liberi in una città ancora più grande e forte. La gente che ha fatto questo deve sapere che ha fallito: hanno scelto la città sbagliata con cui prendersela». Non sono passate nemmeno ventiquattro ore dagli attentati alla metropolitana di Londra e fuori dalla stazione di King’s Cross, blindata dalla polizia che lavora al recupero dei corpi, qualcuno ha voluto lasciare sul marciapiede dell’ingresso principale questo biglietto accompagnato da un’orchidea. Forse un bambino e una bambina, vista l’elementarità della calligrafia, il che renderebbe ancora più importante questo gesto: io, piccolo figlio di questa città, guardo in faccia il terrore e gli dico «no way». L’avrà scritto con accanto papà e mamma che l’aiutavano, quei genitori che ha rischiato di non vedere più, semplici commuters della “tube” londinese, la decent people che manda avanti il paese come ama definirli Tony Blair, che giovedì mattina hanno schivato – guardandola però in faccia – la morte più atroce.
Ecco, la Londra che abbiamo trovato appena arrivati la mattina di venerdì scorso era questa, un gigante buono e ferito che però non accetta lo stravolgimento delle regole del gioco, per quanto questo possa essere crudele: non si uccide nel mucchio, non si distruggono i piccoli sogni quotidiani cresciuti con tanto sacrificio e tanta volontà con la follia nichilista del male che diviene regola. No, questo non è accettabile e allora il gigante buono ritrova lo spirito guerriero che nel 1940 come negli anni Ottanta insanguinati dagli attentati dell’Ira ha portato questa città e questo Paese non solo a resistere, ma a vincere la battaglia contro la paura. In fondo è solo una questione di convinzioni, di certezza di essere dalla parte giusta, di amore per la vita superiore alla volontà di portare la morte, come ha detto a caldo Tony Blair. Bastava fare un giro, venerdì scorso già al mattino presto, per sentire tangibile questo senso di resistenza: «Due to the incidents in central London the shop today will be closed». Quello spirito sta tutto in questa frase, scritta al computer su di un foglio A4 e appesa alla vetrina del negozio Clarks di Regent Street: la filosofia con cui Londra ha vissuto e vive gli attentati di giovedì scorso. Fedeli al credo del loro primo ministro, «sono convinto che prevarremo nella lotta al terrorismo, poiché il terrore non ha futuro per definizione», per i dipendenti di questo negozio gli attacchi che hanno sventrato un autobus e quattro stazioni della metropolitana uccidendo oltre ottanta persone e ferendone settecento (ma le cifre ufficiali tardano e il numero finale è destinato a salire ancora) sono “incidenti”, come la rottura di un tubo dell’acqua, come un inventario fuori programma. Ironia della sorte, però, la vetrina che espone questa scritta venerdì scorso era l’unica chiusa di una delle vie più commerciali e trafficate di Londra: ha riaperto sabato mattina.

I VAGONI E GLI SGUARDI
Londra non delude le aspettative di chi, in procinto di partire, sapeva di trovarla così nel day after della tragedia annunciata: ferita ma viva, con la gente che va al lavoro, il traffico, le luci. A ventiquattro ore scarse dall’attacco terroristico la rete metropolitana era stata riattivata per il 65 per cento e per chi – come il sottoscritto – arrivava dall’aeroporto di Heathrow il viaggio sulla martoriata Piccadilly Line si concludeva ad Hyde Park Corner, estremo baluardo prima di Piccadilly Circus, il centro pulsante prima dell’epicentro della catastrofe, King’s Cross e Russell Square. Gli sguardi, sui vagoni, tradiscono qualche timore ma il fatto che – comunque sia, qualunque sia lo stato d’animo – i convogli siano ancora pieni, significa che i terroristi hanno fallito. E noi, dove per noi c’è quell’Occidente cristiano di cui qualcuno si vergogna, abbiamo vinto.
Certo, quando ripartiti da Hatton Cross vediamo sfilare lente le fermate pensiamo, come tutti, cosa deve essere stato dentro quei vagoni esplosi, tra il fumo, il sangue, la paura e la polvere che ti chiude la gola e non ti fa nemmeno piangere o gridare. Passa Boston Manor, Chiswick Park viene saltata perchè incrocia la District Line che è interamente chiusa, arriviamo ad Acton Town: il treno si ferma, entrano persone, alcune di colore, altre pachistane. Potenziali terroristi per lo stereotipo imposto dall’irrazionalità della paura, sospetti: londinesi, in realtà, per gli altri commuters. Tutti, che abbiano gli occhi azzurri e la faccia di un bel roseo sano oppure gli occhi come il carbone e una folta barba nera, hanno la stessa, maledetta paura: se si muore, infatti, qua sopra si muore da inglesi, da londoners, prima che da islamici, anglicani, cattolici o sikh. è questo il grande dono del Regno Unito ai suoi cittadini: essere uomini liberi che per quella libertà sono pronti a morire ma che, proprio per questo, combatteranno senza sosta per restare vivi e poterne godere.
Certo l’attesa è normale ad Acton Town, è la stazione Cadorna del West End londinese, il grande snodo: le soste dei treni durano sempre almeno 4, 5 minuti. Stavolta però non è come il solito, i minuti passano e nessuno dice nulla: poi, in un attimo, ottanta occhi cominciano a girare impazziti alla ricerca di qualcosa di rassicurante da fissare, altri occhi che ti dicano «ok, è tutto ok», una mano che si appoggi sulla tua spalla per un solo secondo. «Attenzione, per un guasto all’impianto elettrico il treno subirà un ritardo di qualche minuto»: l’impianto elettrico, era cominciato tutto così anche giovedì scorso. E poi. Acton Town sarebbe il bersaglio perfetto: bloccherebbe l’intera Piccadilly Line, colpirebbe il West End londinese, ucciderebbe turisti stranieri oltre a tantissimi lavoratori: qui infatti la linea “blu” si divide in due, da un lato si va verso l’aeroporto di Heathrow, dall’altro verso i sobborghi piccolo-borghesi ed operai di Sudbury Town e Uxbridge. Gli occhi dei due ragazzi davanti a me sprofondano gli uni dentro gli altri come gocce di pioggia in uno stagno, il loro unirsi non fa rumore ma crea attorno ai loro volti giovani e sereni un cerchio concentrico di rabbia e inquietudine: perché quei due, poco più che ventenni, innamorati di loro stessi e della vita dovrebbero morire così, in un’attimo, perché il nulla possa imporre le sue regole? Quando ha un viso, dei gesti e una voce cristallina che ride, la morte è ancora più atroce: vedere in faccia ciò che non ci sarà più tra poco, per un motivo così assurdo e criminale, amplifica l’odio, quel sentimento che non vorremmo provare ma che sale a martellare le tempie e che ci impone di fare qualcosa, di bloccare con un Avvenimento possibile lo scorrere senza Realtà di questa follia con troppe comparse e pochi attori. Due minuti durati due ore, poi le porte si chiudono e si riparte in direzione Hammersmith. I due ragazzi ora si sorridono, le mani si stringono ancora di più: hanno vinto due volte, perché sul quel treno nonostante la paura ci sono saliti e perché insieme hanno sopportato il peso atroce della lotta impari col nulla.

COME NEL LIBRO DI CONRAD
A Russell Square, fermata simbolo del 7/7 londinese, sanno bene che odore abbia il nulla: sa di polvere e sudore e ha il colore del sangue rappreso. Sembra di scendere all’inferno, come in un romanzo di Joseph Conrad: «No, non erano disumani. E, sapete, proprio questo era il peggio – il sospetto che non fossero disumani. Era qualcosa che saliva dentro lentamente. Quelli urlavano e saltavano, e giravano, e facevano smorfie orrende; ma quel che dava i brividi era il pensiero della loro umanità – pari alla nostra – il pensiero di una remota parentela con quel grido selvaggio e sfrenato. Brutt’affare. Brutt’affare davvero; eppure se eravate abbastanza uomini avreste dovuto confessare a voi stessi l’esistenza di un’eco, magari debolissima, alla tremenda franchezza di quel chiasso, un vago sospetto che contenesse un significato che noi – pur così lontani dalla notte dei primordi – potevamo comprendere…». Lo scriveva Conrad in Cuore di tenebra e la sua implicita critica cristiana si riassume proprio in questa lotta morale del bene contro il male: ciò che in Eliot è esplicito, qui vaga sotto la coltre malata del presentimento, lo stesso che fece cominciare le pagine di quel romanzo su una chiatta in navigazione lungo il Tamigi, a Londra.
Che fare, adesso? Forse dopo aver visto di cosa il Nemico è capace dovremmo togliere a questi rituali di morte ogni effetto, smettere di aver paura e provare pietà, quella pietà armi in pugno non solo per i morti ma anche perché qualcuno, con questi riti indicibili delle decapitazioni e delle bombe nelle metropolitane, pensa di stordire l’Occidente con la «totale ferina barbarie», il «fascino dell’abominio», come diceva appunto Conrad.

GLI EROI COMUNI DELLA CITY
Russell Square è così, perché custodisce ancora nelle sue viscere devastate «molti corpi, non sappiamo con precisione quanti perché non siamo ancora riusciti a raggiungere i vagoni saltati in aria», come ha dichiarato tra lo sconsolato e il risoluto Ian Blair, capo della polizia metropolitana, durante un briefing con i giornalisti. La City custodisce quindi nel suo ventre il segreto più tragico e doloroso di quel giovedì maledetto: lo sanno i lavoratori, che venerdì non hanno voluto darla vinta ai terroristi e si sono recati sul proprio luogo di lavoro a piedi o con altri mezzi. Fatica inutile, nei fatti, visto che la stragrande maggioranza degli uffici era chiusa e un’amplissima zona transennata e blindata. Ma guardando negli occhi questi eroi comuni in camicia con gemelli e completo a righe, scrutando la loro postura patibolare ma fiera nell’avvicinarsi al luogo in cui la sottile linea che divide vita e morte li ha visti premiati dal fato, si capisce che hanno bisogno fisico di essere qui: un pellegrinaggio laico, laicissimo, straziante quanto risoluto, silenzioso ma carico di rabbia. Toccare la morte quasi per una redenzione pagana, un’abluzione nel fiume della normalità che può pulire via il sangue e la polvere senza scalfire il ricordo, come impongono severe le tante Union Jack a mezz’asta sui pennoni della città. Loro, i commuters londinesi così diversi dai pompieri di New York ma anche dai pendolari di Atocha, non sanno chi ha spazzato via la vita di tanti loro colleghi, dell’uomo o della donna che al mattino buttavano l’occhio sulla copia dell’Evening Standard del vicino e abbozzavano un sorriso a mo’ di scuse: sanno solo che la mattina del day after bisognava essere lì, come ha chiesto il primo ministro Tony Blair, come hanno fatto Carlo d’Inghilterra e Camilla al Saint Mary’s Hospital e la Regina Elisabetta al London Royal Hospital nel pomeriggio: come ai tempi della Luftwaffe e delle V2, come ai tempi del Blitz, come ai tempi del «we shall never surrender». Visitare i feriti, mandare a mente e preservare dentro le immagini: non dimenticare, insomma.
Ma i cittadini non sono gli unici a non sapere quale mano sia sporca del sangue dei londinesi: «Sono venuti fuori dal nulla», ha dichiarato in conferenza stampa il ministro dell’Interno, Charles Clarke. “Out of the blue”, detto in inglese è quasi un’immagine poetica. è stata Al Qaeda? «Ci sono forti indizi, ma nessuna pista è preclusa». Londra prima città europea colpita dai kamikaze? «Al momento non ci sono elementi al riguardo». La polizia prende tempo, Tony Blair chiede tempo. I londinesi, però, non hanno tempo ulteriore da dedicare al ricordo della polvere, del sangue e del fumo. Inutile negare infatti che per essere periodo di saldi ed essere terminate le scuole, strade commerciali come Oxford Street lo scorso week-end siano state meno trafficate e più quiete del solito anche se l’handicap del trasporto pubblico in un città con dodici linee e altrettanti milioni di abitanti non è cosa da poco.
A rendere irriconoscibile la Londra del post 7 luglio a chi la conosce bene è la massiccia presenza della polizia, solitamente quasi mimetizzata e ora, invece, schierata in forze, con cellulari piazzati nei punti nevralgici della città e agenti bene in vista di ronda. Sono gentili, più del solito, quasi il loro garbo e buonumore fosse un parziale risarcimento di Scotland Yard al lutto e alla paura: si fermano loro a chiedere alla gente dove debba andare, anticipano le informazioni. Questo sì che è strano, questo è molto preoccupante e poco londinese come quelle sirene continue a tagliare l’aria, quelle corse sospette di agenti in corpetto giallo fluorescente, quel solcare il cielo di elicotteri a ricordarci la nostra esistenza di bersagli. Come preoccupante era l’appello lanciato il giorno delle stragi da alcuni leader delle comunità musulmane londinesi ai loro correligionari: non uscite di casa, si rischia il linciaggio. Nulla di questo è accaduto e girando per il centro si vedevano, come sempre, donne velate e uomini con barba e kefiah, pakistani al lavoro nei loro negozi e arabi su e giù per le strade indaffarati in mille piccoli lavori manuali. Da Harrods è proseguito, come sempre, il rito paradossale di donne in burqa intente a dilapidare migliaia di sterline in beni di lusso che forse non indosseranno mai. O che comunque mai potranno sfoggiare nonostante li desiderino così tanto. è anche in questo paradosso semplicistico la difficoltà di capire la guerra che stiamo combattendo. O che, almeno, stiamo subendo.
Come ha detto un leader islamico interpellato da Itv News, in effetti, dietro alla stazione di Aldgate – una delle più colpite – vive una delle comunità musulmane più grandi dell’intera capitale, bengalesi per la precisione: «Il loro Allah è diverso da quello dei terroristi, forse?». Già, è diverso? Un brivido corre per la schiena, ma il sorriso del controllore pachistano che ci avverte di quali siano le linee ancora chiuse ridà un po’ di speranza a questo strano giro alla ricerca di una città che non si è mai persa ma soltanto assentata per lutto per qualche minuto.

VIVERE, BERE, LAVORARE
La cattedrale di Westminster era piena venerdì sera alla 17.30 quando il cardinale O’Connor ha celebrato una Messa di commemorazione dei caduti, ma erano pieni anche i pub: e, non vogliatemene, questo è un segnale forse più importante. Allo Stanhope Arms di Gloucester Road si servono pinte di lager alla spina e bicchieri di vino bianco alle signore, si parla e si scherza con gli amici e come al solito gli schermi rimandano le immagini di SkySport: niente Bbc, niente Itv, si parla di calciomercato, di allenamenti, di Steven Gerrard che resterà altri quattro anni ad Anfield e del West Ham che ha ingaggiato Carroll in porta.
Mancanza di sensibilità? No, «sopravvivenza e voglia di non dargliela vinta», ci dice Mike, agente immobiliare, classico nine-to-five man londinese con lavoro nell’elegante quartiere di Belgravia e monolocale in affitto a Earl’s Court. «Qui dentro la tv manda sempre immagini di sport, si viene anche per questo ed è giusto che la vita continui anche nelle piccole, piccolissime cose, nelle nostre abitudini che quei bastardi vorrebbero distruggere a suon di bombe. Ieri mattina (il giovedì dell’attentato, ndr) ero per lavoro nella zona di Whitechapel, proprio a ridosso della City: quando ho cominciato a vedere le auto della polizia come impazzite ho capito tutto, non ho nemmeno dovuto accendere la radio o chiedere informazioni. Da anni, dall’11 settembre, conviviamo con la certezza che ci avrebbero colpiti: non “se”, ma “quando”. Certo, c’entra anche lo spirito britannico, è normale: siamo una razza isolana, in fondo ci piace l’idea della prima linea, del combattimento. Ma non scrivere troppe volte anche tu la cazzata del Blitz (già fatto amico mio, scusa, ndr), di Hitler e così via: metà della gente ammazzata in metrò non si ricordava nemmeno le bombe dell’Ira, figurati quelle della Luftwaffe. è che noi, a differenza loro, amiamo vivere: un bel vantaggio verso chi è talmente vuoto da dover cercare di rendere assoluto quel suo vuoto portando la morte. Guarda là fuori: dalla metropolitana di Gloucester Road continua ad entrare e uscire gente, io sono qui a bere come al solito la mia pinta, Peter è come sempre dietro il bancone e si lamenta perché le cameriere non cambiano in fretta i posacenere pieni. è tutto normale, i terroristi hanno perso: dobbiamo continuare a vivere, per noi e per onorare chi è caduto».
La sua sorsata di lager è di quelle poderose, meno quella di vino che dà Daria, romana di 27 anni che da due lavora e vive a Londra alla reception di un albergo della zona. «L’altra mattina dormivo all’ora degli attacchi, avevo fatto il turno di notte. Appena sveglia ho acceso la tv e il primo pensiero è stato avvertire i miei genitori in Italia che stavo bene: non ho il telefono fisso e i telefonini non funzionavano. Sono scesa, ho raggiunto una cabina e tranquillizzato tutti. Poi, solo poi, sono scoppiata a piangere. Io abito oltre il Tamigi, lontano da quanto è accaduto ma la polizia in strada, l’esercito schierato a Covent Garden come per un colpo di Stato, gli elicotteri e le sirene mi hanno uccisa dentro, per mezza giornata mi è crollato tutto addosso, non era più la città che amavo a tal punto da venirci ad abitare senza avere una sola certezza sul futuro. Ma sai quale è il vero miracolo? è stato alzarmi stamattina, accendere la radio e sentire “Bend and Break” dei Keane e non le news di Scotland Yard, scendere a prendere il caffè e trovare Starbucks pieno, salire sull’autobus e trovarlo pieno, andare al lavoro e vedere che era arrivata una sola disdetta di prenotazione».
Qui il bel viso di Daria si fa scuro, gli occhi si abbassano e il pensiero va a papà e mamma: «Era una famiglia italiana quella che ha disdetto. Se succedesse a Roma o a Milano, non ci sarebbe questa reazione, vero? E poi, siamo pronti, vogliono capirlo anche in Italia che questi non scherzano?». Il viaggio è finito, la pinta di Guinness anche, Peter mi saluta scherzoso con un «ciao Italia», do un bacio a Daria: pensavo di venire a consolare un po’ Londra, invece è stata lei a darmi come al solito coraggio. E qualche pensiero.

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