Sport malato? Ma fatemi il doping! Leggi sbagliate e candidi Cannavò

Di Zottola Amedeo
14 Giugno 2001
Come evitare che, dopo i blitz agli stadi e al giro d’Italia, magistrati con ansia di protagonismo, mobilitino i Carabinieri per la guerra santa contro “Sportopoli”? Cambiando un’ipocrita legge (ulivista) sullo sport

Lo sport è malato, urlano gli opinionisti sportivi stracciandosi le vesti, e la malattia che lo affligge si chiamerebbe doping. È come scambiare un sintomo per la causa di esso. La vera patologia che affligge lo sport è l’ipocrisia, grande madre di tutti i moralismi e giustizialismi. Il testo approvato in via definitiva dal Senato della Repubblica, su “Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping”, pubblicato su G.U. n. 294 del 18 dicembre 2000, in particolare l’art.1, recita testualmente: «L’attività sportiva è diretta alla promozione della salute individuale e collettiva e deve essere informata al rispetto dei princìpi etici e dei valori educativi richiamati dalla Convenzione contro il doping…». Definire così l’attività sportiva, vuol dire non avere capito nulla della sua complessità, delle sue molteplici e interconnesse “nature” e dei suoi fini, operando una riduzione della sua concezione, i cui effetti devastanti sono sotto gli occhi di tutti. Accomunare l’attività sportiva che pratica mio figlio di sette anni, a quella di Tottigol, è quantomeno banale. È comune lo strumento ma sono diversi i fini. Non esiste una generica attività sportiva, priva di differenze. Se ne possono individuare due:

1) Attività sportiva non agonistica avente come fine la promozione della salute individuale e collettiva.

2) Attività sportiva agonistica avente come fine il conseguimento di una performance e non necessariamente la promozione della salute individuale e collettiva. A sua volta tale attività si può suddividere in ulteriori categorie:

a) Attività sportiva agonistica giovanile. b) Attività sportiva agonistica dilettantistico-amatoriale. c) Attività sportiva agonistica professionistica. L’attività sportiva agonistica professionistica ha come fine il conseguimento del profitto attraverso il raggiungimento di elevati standard prestativi. Vi sembra che delle società calcistiche quotate in Borsa abbiano come preoccupazione la «promozione della salute individuale e collettiva», o piuttosto, il raggiungimento di elevati margini di utile per gli azionisti? La possibilità di ottenere elevati profitti è legata alla capacità di ottenere elevati standard prestativi, non una tantum, ma continuativamente. Per ottenere elevate prestazioni continuativamente, la pratica del doping diventa necessaria. La pratica del doping è legata alla natura economica della pratica sportiva professionistica, ne è una necessaria conseguenza. Il fatto che, secondo quanto riportato dagli organi di stampa, 70 ciclisti e 10 squadre professionistiche siano coinvolte nella vicenda doping al Giro, e questa probabilmente è la punta dell’iceberg, dimostra che dell’assunzione di sostanze dopanti nello sport professionistico odierno non se ne possa fare a meno. I ciclisti e, recentemente, i calciatori indagati non sono dei delinquenti, è la legge 376/2000 che non è adeguata alla realtà. Si basa su princìpi ideali retorici che non tengono conto della evoluzione reale dello sport agonistico di elevata qualificazione. Se del doping non se ne può fare a meno, perché non riconoscerlo e modificare la normativa vigente? Perché non regolamentarne la pratica, chiedendo aiuto alla scienza medica, in modo da ridurre i margini di rischio per gli sportivi professionisti che, ricordiamolo, forse, rischiano meno la loro salute, di un qualsiasi operaio che lavora in una azienda chimica o siderurgica? Perché non indirizzare le energie dei solerti giudici alla repressione del fenomeno doping in ambito giovanile e dilettantistico–amatoriale, vera piaga sociale? I giudici, correttamente, applicano le leggi, ma se una legge non è adeguata alla realtà, perché non cambiarla? Questo compito spetta ai politici. Per favorire la nascita di una normativa adeguata, occorrerebbe istituire una Commissione parlamentare che facesse luce sul fenomeno doping, in Italia, dalla metà degli anni Sessanta in poi. Sarebbe necessario che si aprissero gli archivi, qualora esistano, dei gruppi sportivi militari, che hanno sempre goduto di una sorta di immunità, stando alla “vox populi” degli atleti. Sarebbe necessario capire quanto i vertici dello sport italiano abbiano contribuito alla diffusione del fenomeno, sarebbe necessario riflettere sul ruolo dei giornalisti, sempre pronti ad inneggiare alle imprese degli eroi dello sport senza porsi domande, salvo, poi, demolirli il giorno successivo, qualora risultino positivi ai test antidoping. C’è bisogno di capire, ancor prima di reprimere.

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