Alla vigilia delle europee il politologo spegne l’illusione di una rivoluzione in arrivo ma nota qualche crepa nel monolitico modello «liberale radicale» imperante a Bruxelles. Un sistema lento e pachidermico, ma in cui «si è già iniziato a vedere un cambiamento»
Guerra in Ucraina e difesa comune, tutela dell’ambiente e concorrenza sleale della coppia Cina-Stati Uniti, denatalità cronica e crisi dell’immigrazione. Ribadire che l’Unione Europea ha davanti a sé sfide eccezionali, anche se vero, è diventato un luogo comune. Ogni volta che si avvicinano le elezioni del Parlamento (8-9 giugno), i giornali ribadiscono tutto ciò che non funziona e che non è stato fatto nei precedenti cinque anni, analisti e politici suggeriscono rivoluzioni per trasformare davvero l’Europa in quell’Unione che non è mai diventata, nonostante le promesse. E poi, terminato il voto, poco o niente cambia.
Anche per questo Giovanni Orsina, professore di Storia contemporanea e direttore della School of Government alla Luiss Guido Carli, non si fa trascinare da facili entusiasmi e afferma a Tempi alla viglia del voto: «Ogni volta ci ripetiamo che saranno “le elezioni più importanti di sempre”, sia che si tratti delle presidenziali negli Stati Uniti, sia che si parli delle amm...