SPQUE (Sono Puffi Questi Europei)
L’espansione dell’Unione Europea annunciata al summit di Atene, fra le altere rovine della Grecia classica, ha visto emergere l’intenzione di formare da questo mucchio di vecchi zii in ristrettezze finanziarie e di giovani cugini importuni, una nuova “famiglia europea di nazioni” o, per quelli che hanno sensibilità imperiali, “una nazione europea”.
Minimizzare la catastrofe
Attualmente gli europei sono 725 milioni. Nel 2050, nonostante l’immigrazione, ce ne saranno 150 milioni di meno e nel 2100 altri 150 milioni mancheranno all’appello, lasciando l’Europa con soli 475 milioni di abitanti. Mentre, già nel 2050, gli Usa passeranno dai circa 300 milioni attuali agli oltre 400 milioni. L’imperativo dell’Europa non è dunque quello di realizzare anzitutto “una famiglia di nazioni”, ma quello di salvare la famiglia tout court. Questa catastrofe demografica – di gran lunga maggiore delle perdite di qualsiasi guerra – è l’evento minimizzato nel rapporto del Fondo per le Attività di Popolazione delle Nazioni Unite (“Stato della Popolazione del 2002. Persone, povertà e possibilità, 80 pp, New York, Pubblicazioni Onu, $ 12,50): «La maggior parte dei paesi industrializzati ha fatto l’abitudine ad uno schema di speranza di vita in continuo aumento e di fertilità inferiore al tasso di rimpiazzo. In questi paesi la prospettiva di un calo imminente di popolazione e della rapida crescita dei gruppi di età più avanzata sta già suscitando intense discussioni. Il dibattito infuria lontano dalla demografia e tocca i rapporti razziali, le politiche di welfare e lo stato dei rapporti coniugali nelle famiglie con doppio reddito». In altre parole, “salviamo gli Europei”. I Paesi europei non si riproducono più, con una popolazione in diminuzione già in 14 Paesi e con crescita zero o quasi negli altri.
L’Europa? Prenderà lezioni dall’Albania
Il Rapporto delle Nazioni Unite dice che globalmente non c’è crisi di popolazione. La popolazione mondiale è raddoppiata fino ad arrivare a 6 miliardi fra il 1960 e il 2000, è fiorita grazie a livelli di vita e di salute migliori ed ha conseguito una ricchezza pro capite senza precedenti. La popolazione mondiale arriverà intorno ai dieci miliardi nel 2050 e dopo il 2100 comincerà a calare. Così, mentre l’umanità in generale tende a conseguire livelli di sviluppo crescenti, soltanto l’Europa (e l’Africa sub-sahariana) sembra aver intrapreso un percorso inverso arrestando il suo impeto di progresso. La popolazione europea era cominciata a calare dopo il 1914 ma il “baby boom” degli anni successivi al 1945 ha creato solo una breve ma non sostenuta inversione di tendenza. Oggi, l’unica nazione europea con un tasso di ricambio generazionale del 2,1 (cioè il tasso minimo necessario per mantenere costante la popolazione) è l’Albania. Mentre tutti gli altri paesi europei sono in “rosso”, con un tasso di fertilità dell’1,34. L’Irlanda ha un tasso del 2 (ma in calo), seguono la Francia con l’1,8, la Norvegia e la Danimarca con l’1,7. La Gran Bretagna e la Finlandia sono all’1,6 mentre le nazioni “cattoliche” dell’ Europa meridionale e della “nuova Europa” orientale sono attestate al catastrofico livello medio di 1,2. Se in Europa gli attuali tassi di natalità e d’immigrazione si manterranno costanti, agli inizi del prossimo secolo la Germania passerà dagli attuali 82 milioni di abitanti a 40 milioni, mentre l’Italia scenderà dagli attuali 57 milioni a meno di 20 milioni. La Francia salirebbe a 70 milioni e la Gran Bretagna rimarrebbe a 60 milioni.
Secoli di civiltà distrutti da un ’68?
Per mantenere la popolazione attuale le famiglie con tre bambini dovrebbero immediatamente diventare la norma. Ma in un’Europa in cui le famiglie si sono adagiate nello standard del doppio reddito e in uno stile di vita che esclude i “fastidi” della prole, potrebbero i governi, che trovano sempre più difficile imporre tasse, “corrompere” le donne per indurle a procreare e a prendersi cura dei loro bambini? L’impresa sembra quasi impossibile, eppure necessaria se l’Europa vuole sopravvivere. Tant’è che la stessa Francia, paese tra i più in crisi sotto il profilo dello stato della finanza pubblica, ha recentemente varato un provvedimento per cui, a partire dal gennaio 2004, lo Stato verserà 800 euro di una tantum a ogni donna che darà alla luce un nuovo bebé e un contributo di 340 euro mensili per una madre o un padre che scelgano la strada del congedo non retribuito per prendersi cura di un figlio appena nato.
Certo, i bambini sono molto più esigenti e rappresentano un pericolo maggiore (per le tasche e per la linea) che un lavoro medio. E ciò malgrado il detto di Churchill secondo cui «non c’è investimento più grande al mondo del dare il latte ai bambini». Resta il fatto che la diminuzione delle nascite porterà inesorabilmente con sé un ciclo di declino, di incertezza e di depressione in Europa. Dopo secoli di espansione imperiale in cui il mondo arrivò a essere influenzato e in parte anche dominato dal Vecchio Continente, l’Europa imploderà a causa dell’accelerazione dei movimenti di immigrazione postimperiale? Anche se i flussi migratori fossero ben controllati e pianificati in una prospettiva di bilanciamento del buco demografico europeo, non bisogna farsi troppe illusioni: in fatto di immigrazione (e di immigrazione gestita con politiche razionali, cioè ancorate alle esigenze locali di “cervelli” e di “braccia”) l’Europa dovrà affrontare la competizione con paesi più dinamici e in espansione, come gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e l’Estremo Oriente. E inoltre: se la crisi demografica assottiglia la spina dorsale della società e l’Europa cade in una spirale discendente di declino economico e culturale, il conseguente abbassamento dello stile e dei livelli di vita non potrebbero forse indurre gli stessi europei ad emigrare in massa verso altri continenti? Trecento anni di rapida crescita di popolazione, di creazione di ricchezza e di innovazione tecnologica hanno prodotto risorse umane e un surplus per creare ed espandere una grande opera di civilizzazione e di cultura. Ma scuole, università, ospedali, centri di ricerca, teatri, musei, orchestre, hanno un costo. Potrà un’Europa impoverita sostenerlo?
Per tornare ad Atene, la democrazia è finita laddove l’economia è crollata. Può sopravvivere una democrazia se calano le risorse umane e materiali? Nelle attuali economie avanzate, i cervelli sono la materia prima e la creatività è molto ricercata. Meno cervelli significa un’economia più povera di risorse naturali, e con un mercato interno in calo. Il Giappone è cresciuto grazie al suo “baby boom” del dopoguerra. Quando la popolazione ha finito di crescere, l’economia si è fermata. Il miracolo italiano è opera dell’immigrazione interna.
L’Islam ha già (quasi) vinto
La crisi demografica non influisce soltanto sull’economia, cambia (e cambierà sempre di più) i rapporti fra le diverse nazioni europee. E questo perché così come le popolazioni – e i voti – mutano drammaticamente, a livello regionale saranno più numerosi gli europei nord-occidentali rispetto a quelli del sud e dell’est Europa. D’altro canto, l’immigrazione interna ed esterna renderà l’Europa sempre più multiculturale e Londra, oggi composta per il 30% da “minoranze etniche”, sta già anticipando quella che diverrà la norma per l’intero continente. Dato che le economie di maggior successo (come quella californiana) sono il frutto di società dinamiche, multirazziali ed eterogenee, questa prospettiva per l’Europa dovrebbe essere ben accolta. Ma ancora di più, se pensiamo che l’Europa debba sopravvivere e prosperare, dovremmo essere abbastanza temerari da “investire capitale di rischio” nella crescita dei bambini. Sarebbe una ripresa dal letargo dell’estinzione odierna, dove si vedono puntualmente quattro nonni che badano una culla solitaria. Gli Stati Uniti e l’Inghilterra possono andare in guerra perché hanno figli e figlie da rischiare – e per cui combattere. Se davvero i valori, la cultura – e il cristianesimo – europei devono essere salvati, ciò richiede azione – e spese – non soltanto da parte delle coppie ma anche della collettività. L’Europa si è comportata in modo suicida nel ventesimo secolo, ma ora deve uscire dalla psicoanalisi che si guarda l’ombelico e smetterla di “gestire la decadenza”. Progresso significherà procreazione, e se vogliamo lasciare indietro il materialismo di cui abbastanza giustamente l’Islam ci accusa, allora dobbiamo creare un sistema di benessere favorevole alla famiglia, costruire alloggi accessibili con molte stanze e assicurare alla maternità un compenso competitivo e la cura dei bambini. Dobbiamo creare un ambiente non solo adatto ai bambini, ma in cui la gente possa serenamente educarli e soprattutto sentirsi valorizzata, non appena ricompensata, per questo. Sempre se, naturalmente, non vogliamo che il problema diventi una questione accademica per archeologi, come le percentuali di crollo delle nascite nell’Impero Romano, che accelerarono il suo declino e la sua caduta.
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