STATO PEDAGOGO, PIACE A CHI PIACE MA SCHIANTA IL PROF

Di Justin Mc Leod
30 Giugno 2005

Da trent’anni – scrivevamo settimana scorsa, sulla scorta delle osservazioni di Giancarlo Cesana sul Corriere a commento dei risultati del referendum – gli insegnanti resistono alle pretese di lorsignori gli intellettuali. Ma non senza portare i segni della lotta. Alcuni hanno ceduto, accolgono ogni pretesa di innovazione rassegnati, cercando di adeguarsi, di tenere in ordine le carte, di applicare, consapevolmente o meno, la lezione del Gattopardo. Altri resistono, provano a mantenersi fedeli alla scuola “di una volta”. Malinconicamente irrigidendosi in un modello che non c’è più. Ma quando incontrano qualcuno – è successo in tanti corsi di Diesse, ma non solo – che rimette al centro la loro passione, la loro competenza, il loro desiderio di corrispondere ai bisogni nuovi dei ragazzi, si illuminano, si rianimano, sembrano riprendere a respirare. Promemoria per il prossimo governo (di qualunque colore): smettetela di imporre pedagogie di Stato (l’ha fatto, ahinoi, anche questo), fate leggi che permettano agli insegnanti di inventarsi loro (lo stanno già facendo) modi, forme, contenuti (e di comunicarseli: basta con l’aggiornamento imperialistico). Ne guadagneranno tutti: insegnanti, ragazzi e casse dello Stato.

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