Storia della rivoluzionaria Elizaveta e di come un giorno diventò…madre Marija
«Ogni uomo si trova sempre di fronte a una scelta: il tepore della sua dimora terrena o lo spazio sconfinato dell’eternità». Madre Marija (al secolo Elizaveta Pilenko) era sempre vissuta nel fascino di questo infinito; poetessa di buona famiglia, non aveva fatto fatica a conoscere Blok, il più grande simbolista russo e a diventarne amica. Le residenze dei suoi erano infatti frequentate da personaggi di questo calibro e, lei, ancora ragazzina, aveva colpito un uomo come Konstantin Pobedonoscev, l’onnipotente procuratore generale del Santo Sinodo. Il rappresentante dello zar nella direzione della Chiesa ortodossa russa le si era affezionato e le dedicava tempo e attenzione, avendone sicuramente intuito tutta la ricchezza umana e poetica.
E già qui sfioriamo gli abissi che caratterizzano la vita di madre Marija e la vita della sua patria nel XX secolo: Pobedonoscev, uomo di grande intelligenza, era anche un conservatore tra i più retrivi e aveva la fama di un accanito antisemita; la giovane alla quale si era attaccato come a una figlia prediletta sarebbe invece morta a 54 anni il 31 marzo 1945, nel campo di concentramento di Ravensbruck, dove era finita per l’assistenza offerta agli ebrei parigini durante l’invasione nazista. Capire come fosse finita a Parigi e attraverso quali cambiamenti fosse passata significa immergersi con lei in un’altra serie di abissi.
VIOLENZA SISTEMATICA
Oggi è nota col nome monastico di madre Marija e il suo martirio è stato riconosciuto dalla Chiesa ortodossa con la canonizzazione avvenuta il 16 gennaio 2004, ma lo spazio percorso dopo le prime prove poetiche e le tranquille conversazioni in un salotto pietroburghese è davvero incredibile. Innanzitutto c’è un matrimonio finito nel giro di due anni con un avvocato rivoluzionario e alcolizzato; Dimitrij Kuzmin-Karavaev, e anche lui poi avrebbe avuto un destino completamente diverso: si convertì, smise di bere, divenne sacerdote cattolico e le memorie parlano di lui come di un uomo di infinita bontà e di grande intelligenza di fede. Nel frattempo l’ex moglie, la futura monaca, aveva avuto una relazione con un uomo rimasto sconosciuto che le aveva lasciato una figlia, Gajana: sarebbe morta di tifo nel 1936 a soli 23 anni. Poi era venuto l’impegno politico e la tranquilla ragazzina di un tempo non si era messa certo a buttare bombe, ma era entrata nel partito socialista rivoluzionario, un partito per certi versi più a sinistra dei bolscevichi, che aveva perfino teorizzato l’uso sistematico della violenza terroristica; come rappresentante di questo partito era stata la prima donna a diventare sindaco di una città in Russia. In uno dei tanti cambiamenti di fronte, poi, i bianchi l’avevano arrestata e messa sotto processo. E così era arrivato il secondo matrimonio: il presidente del tribunale che rischiava di condannarla a morte le aveva inflitto due settimane di detenzione e alla fine l’aveva sposata. Da quell’unione sarebbero nati due figli, Jurij e Anastasija: il primo sarebbe stato arrestato con la madre e sarebbe poi morto anche lui in un campo di concentramento nazista; la seconda sarebbe morta di meningite a quattro anni, nel 1926, a Parigi, punto centrale di questi abissi di dolore, dove convergono le linee della tragedia prodotta dalla rivoluzione e donde si dipartono nuove linee del tutto inattese.
COSACCHI DA CIRCO
A Parigi i russi, come la famiglia di madre Marija, arrivano perché l’emigrazione resta in molti casi l’unica possibilità per sottrarsi alla violenza del nuovo regime: è una tragedia nella tragedia, perché questa gente ha perso tutto, posizione e prospettive di vita, stabilità e speranza. Sono ben oltre un milione (qualcuno parla addirittura di tre milioni) a disperdersi in Europa e non hanno letteralmente nulla; il più grande teologo ortodosso del XX secolo, padre Sergij Bulgakov, si troverà un giorno a girare per Parigi con delle vesti così consunte che un passante gli farà l’elemosina. Quando si riesce a sfuggire agli ultimi gironi dell’emarginazione e della rovina, qualsiasi lavoro è buono: oggi sembrano racconti di fantasia, ma la storia ci parla di generali cosacchi che fanno i cavallerizzi nei circhi, di principi che diventano tassisti, di principesse che danno lezioni di cucito o fanno le lavandaie; lo stesso marito di madre Marija manterrà la famiglia guidando un taxi e lei diventerà un’abilissima ricamatrice. Una catastrofe, l’apocalisse: l’emigrazione, ad un primo sguardo, non poteva che dare questa impressione, il sentimento della fine di un mondo. Lo era, ma non come una condanna subita.
L’abisso si palesò ad alcuni, e fra questi v’era madre Marija, come un’occasione provvidenziale: innanzitutto per capire il senso della propria vita, così complessa e combattuta, e trovare il filo delle sue svolte sorprendenti, e poi per riprendere ad assaporare quel gusto dell’infinito che ciascuno di loro, come ogni uomo, si portava dentro. Questo gusto è evidente in madre Marija, nel suo amore per la bellezza, colta nel suo stupefacente mistero, nei disegni della piccola Anastasija morente; è evidente nei suoi versi e nelle sue meditazioni: «No, morte, non te amavo. / Ma quanto è di più vivo al mondo: l’eternità. / E quanto v’è di più mortale al mondo: vivere», aveva scritto dopo la morte dell’altra figlia.
LA LIBERTA’ NON è UNA RIVOLUZIONE
Soprattutto questo gusto per l’infinito che pulsa dentro la vita, e la rende vita, è evidente nell’esperienza che gli emigrati russi fanno una volta giunti al culmine della loro tragedia: cacciati dalla propria terra, privati di tutto, messi di fronte alla morte, non la morte di un mondo gravato da mille colpe, ma la morte degli innocenti, scoprono di essere ancora vivi e innamorati della vita; privati della libertà, sconfitti nella loro lotta per la libertà, scoprono di essere ancora liberi e, in un certo senso, di esserlo come non lo erano mai stati prima. Innanzitutto scoprono che la libertà non è lo spazio borghese del vuoto, dove essa si presenta come l’indifferenza della scelta o come il gioco delle mille possibilità; una simile libertà l’hanno perduta per sempre nell’indigenza che li ha travolti, nelle necessità quotidiane che li opprimono: per una donna come madre Marija, che aveva conosciuto i giochi e l’impegno degli intellettuali, sempre un poco al di là del limite e del consentito, questo era evidente, la libertà non era quella vaghezza, perché quella vaghezza era persa e lei era ancora libera.
In secondo luogo scoprono che la libertà non è neppure il frutto di una conquista rivoluzionaria; loro anzi sono le vittime di quella presunta conquista, eppure, anche in questa sconfitta si sentono liberi. «Noi, esiliati con un futuro incerto, ci sentivamo liberi», avrebbe detto Berdjaev. La libertà dunque è qualcosa d’altro; al di là del vuoto dell’indifferenza e del troppo pieno della rivoluzione, è qualcosa che ci si trova addosso, come un dono, come la realtà sorprendente delle cose, come qualcosa che non è fatto da noi, ma costituisce il nostro stesso essere: dono, dunque, e nello stesso tempo forma impegnativa della nostra esistenza, perché il trovarsi investiti da questa forza che libera da ogni potere e da ogni sconfitta è qualcosa che interroga l’intelligenza e il cuore di ogni uomo, lo rende responsabile. Madre Marija dirà a questo proposito: «A cosa ci impegna il dono della libertà che ci siamo trovati addosso? Noi siamo fuori dalla portata dei persecutori. E siamo stati liberati anche dalle tradizioni secolari. Siamo fuori da ogni consuetudine. Che sarà mai, un caso? Nel campo della vita spirituale non c’è posto per il caso, né ci sono epoche più o meno fortunate, ci sono invece dei segni che bisogna capire e delle vie che bisogna seguire. E noi siamo chiamati a grandi cose, perché siamo chiamati alla libertà».
BAMBINI NEI BIDONI
Ed effettivamente madre Marija fece grandi cose; quando perse la propria figlia di quattro anni capì di non avere smesso di essere madre ma di essere chiamata a una maternità infinita, e divenne per lei naturale assumersi come figli gli emarginati, senza più padri e madri, senza più patria e senza più terra. Con un processo sempre più rapido decise di abbracciare un amore che le permettesse di abbracciare a sua volta ogni essere umano: la via monastica fu per lei non una rinuncia, ma la scelta dell’infinito; lo spazio sconfinato dell’eternità nella quale era sempre vissuta sino ad allora si precisò definitivamente come lo spazio «nel quale esiste un solo punto solido e certo: la Croce». E così madre Marija, seguendo Cristo, diede vita a una serie di iniziative (su tutte il movimento chiamato “Azione Ortodossa”) che avevano tutte al proprio centro il recupero della vita e della dignità degli emigrati: convitti, asili, ospizi, luoghi dove dar da mangiare e da dormire, dove curare, dove educare, dove disquisire di alta cultura, anche, perché tra quelli che l’aiutarono a fondare e a far funzionare le sue iniziative c’erano un filosofo come Berdjaev e un teologo come Bulgakov.
Poi, quando i russi cominciavano a rimettersi in piedi e ad uscire dall’emarginazione, arrivò la guerra e, a Parigi, arrivarono i nazisti, e madre Marija ricominciò a seguire il suo Cristo facendo quello che poteva per salvare quanti più ebrei poteva. In fondo era come tornare ai tempi della rivoluzione: certificati di battesimo falsi, lei stessa che entrava nei campi di raccolta e nascondeva bambini nei bidoni della spazzatura per sottrarli ai nazisti. Non c’era nulla che non potesse essere fatto per riaffermare la dignità e la libertà infinita dell’uomo; «all’inizio nulla è trasfigurato. Alla fine non c’è nulla che non possa essere trasfigurato», avrebbe detto madre Marija ponendo tutta la sua attività sotto il segno della trasfigurazione. Era il segno che i cristiani russi avevano colto come senso della loro avventura in Occidente: non lasciare nulla fuori della luce di Cristo, neppure le tragedie, ed era il segno che avrebbe portato madre Marija al martirio e a realizzare il suo amore per la vita con una libertà che nessuno avrebbe più potuto toglierle.
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