Storia di uno (scomodo) testimone
Nato sotto la corona asburgica nel 1911, Teodor Romza compì gli studi in un liceo della Repubblica Cecoslovacca, iniziò il suo ministero sacerdotale e venne consacrato vescovo come cittadino ungherese. Fu ucciso nel 1947 da un’iniezione letale praticatagli in un ospedale dell’Unione Sovietica, dopo essere sopravvissuto a un incidente stradale provocato ad arte dal KGB. Il tutto senza mai lasciare il suo Paese natale, la Rutenia subcarpatica, un fazzoletto di terra incuneato fra Ungheria, Slovacchia, Polonia e Ucraina (cui attualmente appartiene). E senza mai venir meno alla fedeltà alla Chiesa greco-cattolica, già osteggiata per i suoi rapporti con Roma dalla Cecoslovacchia massonica di Masaryk, poi duramente perseguitata dai sovietici. Ripetutamente “invitato” a passare alla Chiesa ortodossa, il vescovo Romza non volle abbandonare il suo piccolo gregge, miracolo di unità fra Oriente e Occidente. Continuò il suo ministero, incurante delle minacce. Fino al martirio.
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