Strada senza uscita

Di Rodolfo Casadei
21 Dicembre 2006
Sottovalutando Hezbollah, l'Italia ha sopravvalutato la propria missione in Libano. È l'analisi "bipartisan" di Parsi e Caracciolo

La tensione politica in Libano cresce, l’entusiasmo per il ruolo da protagonista dell’Italia nella forza di interposizione Unifil sbiadisce e gli esperti di politica internazionale criticano la politica del governo italiano. «La sensazione – dice Vittorio Emanuele Parsi, docente della Cattolica di Milano e responsabile di un master Aseri – è che quest’estate si siano prese decisioni senza tenere conto degli sviluppi che erano già nell’aria. L’Italia ha fatto una buona mossa di politica estera offrendosi di fare una cosa che nessuno voleva fare, ma che era nell’interesse sia dei nostri alleati europei che di quelli americani: ha rimesso in moto un’apparenza di centralità europea nello scacchiere mediorientale e ha tolto dall’impasse gli americani, costretti ad assistere senza fare niente a una guerra fra il loro miglior alleato nella regione e l’unico caso di successo della democratizzazione in Medio Oriente, cioè il Libano. Ma è stato clamorosamente sottovalutato il fatto che Hezbollah avrebbe portato all’incasso la sua vittoria politica nella guerra, cioè avrebbe preteso l’egemonia nel sistema politico libanese». Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes e politicamente simpatizzante a sinistra, mostra disagio sulla presenza italiana in Libano: «C’è stata un’enfatizzazione eccessiva della nostra missione nell’ambito di Unifil: si tratta di una missione che allo stato dei fatti non mi pare possa avere un grande significato strategico e anzi è carica di rischi. Perché se la situazione in Libano dovesse degenerare Unifil rischierebbe di diventare il bersaglio della guerra civile o anche di un eventuale nuovo intervento israeliano, senza poter dare un contributo effettivo alla stabilità e alla pace».
«La volontà di Hezbollah di passare all’incasso della sua vittoria – spiega Parsi – prospetta due soli scenari possibili. O Hezbollah riesce a conseguire l’egemonia sul Libano pacificamente, e questo comunque apre una fase due del conflitto con Israele, perché Israele non può avere al confine un Libano egemonizzato da Hezbollah; oppure Hezbollah non riesce a conseguire l’egemonia pacificamente, perché i maroniti piuttosto che arrendersi combattono. In entrambi i casi la forza di interposizione resterebbe presa in mezzo e non sapremmo che fare, per mancanza di lungimiranza politica quando si è deciso di intervenire».
«Credo che quello che accade a livello politico in Libano ci debba interessare, ma che non sia decisivo riguardo alla presenza o assenza della nostra missione», dice Caracciolo. «Penso che sarebbe prudente (e mi auguro che il governo lo abbia previsto) un graduale disimpegno numerico della nostra forza in Libano in presenza di una situazione molto tesa, molto rischiosa».

Siria e Iran, le relazioni pericolose
Oggetto della critica di Parsi sono le aperture del governo Prodi alla Siria e all’Iran: «Penso che sia sbagliata questa idea che si debbano coinvolgere tutti gli attori importanti della regione: li coinvolgiamo per far che cosa? Qual è l’obiettivo che hanno in comune Iran, Siria, democrazie europee e Israele? Non mi pare che ci sia un obiettivo in comune fra questi quattro attori. E soprattutto non c’è un obiettivo comune fra noi, l’Iran e la Siria». L’ultima sottovalutazione, secondo Parsi, riguarda la reazione maronita al tentativo egemonico di Hezbollah: «Sento dire: “I maroniti sono deboli, non combatteranno”. Non è vero. Oggi sono più deboli di dieci anni fa, ma se non fanno niente fra dieci anni saranno ancora più deboli. Quindi le famiglie politico-imprenditoriali come i Gemayel combatteranno, perché combattere adesso è meglio che combattere fra due o tre anni».

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