Strategia del rimpianto
Ma insomma, questi francesi. Tirano le orecchie ai paesi europei che preferiscono coltivare intensi rapporti con Washington anziché contribuire alla costruzione di un’Europa superpotenza impegnata a “controbilanciare”, come diceva Hubert Vedrine, lo strapotere americano, poi snobbano totalmente l’idea di un seggio permanente della Ue al Consiglio di sicurezza dell’Onu e appoggiano piuttosto la candidatura della Germania nell’ottica di un patto di acciaio Parigi-Berlino. Votano le risoluzioni Onu che legittimano la presenza delle truppe Usa e degli altri contingenti in Irak (1511) e il governo di transizione Allawi (1546), poi ostacolano la stabilizzazione del paese ponendo condizioni irrealistiche per la loro adesione alla conferenza internazionale sulla crisi irakena, come la partecipazione alla stessa della cosiddetta “resistenza” e il ritiro delle truppe americane. Votano con gli Usa una risoluzione per il ritiro delle truppe siriane dal Libano, ma ostacolano le iniziative americane per ridurre a più miti consigli il governo sudanese complice di un genocidio nel Darfur. O sono pazzi, schizofrenici per la precisione, oppure stanno attuando una strategia talmente sofisticata che noi sempliciotti non riusciamo a comprenderla. Se si legge qualche pagina del libro che l’ex ministro degli Esteri Dominique de Villepin ha scritto e ha avuto il coraggio di intitolare Le requin et la mouette, (Il pescecane e il gabbiano), vien da pensare che sia buona la prima.
Scrive l’uomo che ha avuto in mano i destini del mondo nei giorni della discussione al Consiglio di sicurezza sull’uso della forza in Irak: «È già catastrofe? Quanti segnali premonitori, quando a partire dall’antichità niente sembra poter impedire all’uomo di volare più in alto, di Rinascimento in Illuminismo, sempre più vicino al Sole! Tante divisioni, del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest. Tanti uomini di colori, culture e credenze diverse ferocemente aggrappati ai loro amuleti e ai loro totem, che si allontanano dall’uomo concreto, in marcia a grandi passi, in silenzio, lungo la linea di faglia, mentre costruisce a uno a uno i gradini dello spirito, aperto a tutti i venti». Uno così lo si immagina più facilmente con un imbuto in testa, ospite di un istituto psichiatrico. E invece oggi ce lo ritroviamo ministro degli Interni, dedito anima e corpo alla costruzione di “un islam francese” (per intanto si è rivolto col cappello in mano all’islam non francese, l’unico in grado di collaborare alla liberazione dei giornalisti presi in ostaggio in Irak).
Francia: tutto tranne che europeista
Vittorio Emanuele Parsi, il noto scienziato politico dell’Università cattolica di Milano, non è d’accordo. Per lui gli incomprensibili ondeggiamenti della politica estera e della diplomazia francesi non sono sintomo di follia, ma dipendono «dalla discrasia fra il potere formale e il potere sostanziale della Francia; un tempo la diplomazia francese esprimeva una grande potenza, oggi esprime un desiderio, un rimpianto, una malinconia». La rincorsa affannosa al rango perduto sarebbe alla base delle incongruenze più vistose. «La bruciante sconfitta alle Nazioni Unite di De Villepin, che non è riuscito ad impedire a Bush di attaccare l’Irak, ha dimostrato che la Francia sta perdendo rilevanza sulla scena internazionale; ecco perché Parigi sponsorizza la candidatura della Germania al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: vuole una spalla a cui appoggiarsi. Questa opzione però compromette il cammino verso l’unità europea, va contro il programma di un’Europa forte che i francesi sostengono in altra sede. Non che favorire l’integrazione, l’asse franco-tedesco spaccherà l’Europa». «L’Europa che la Francia sogna è quella di Carlo Magno, è quella napoleonica, è uno spazio su cui Parigi vuole irradiare la sua grandeur» dice il generale Carlo Jean, autore del libro Geopolitica del XXI secolo, che riserva più di una frecciata alle politiche francesi. «La Francia vuole rimanere uno Stato nazione classico, ha respinto sin dall’inizio il programma di integrazione politica europea che Joschka Fischer aveva proposto, e sta facendo ogni sforzo per rinazionalizzare la politica tedesca, ritenendo che la Germania non è più una minaccia per la Francia. Ma l’asse franco-tedesco non è in grado di governare l’Europa allargata. Stanno cercando di cooptare la Gran Bretagna in una specie di triumvirato (anche per fare un dispetto all’Italia), ma sarebbe un insieme disomogeneo che non garantirebbe nessuna leadership dell’Europa. In breve: la politica europea della Francia è allo sbando».
L’islam moderato scarica Parigi
L’orgoglio ferito e il complesso di inferiorità della potenza decaduta sarebbero all’origine anche dei zig-zag circa la crisi irakena. «La Francia – commenta Parsi – è responsabile del tracollo dell’Onu per il modo irresponsabile in cui ha usato il suo diritto di veto. La carta del veto vale fino a quando tu la minacci, ma quando la attui, o quel veto corrisponde a un potere politico e militare effettivo, oppure comprometti il tuo prestigio e quello dell’istituzione di cui sei parte. La Francia ha votato le risoluzioni 1511 e 1546 del CdS per timore di ritrovarsi isolata, poi ha ripreso ad ostacolare la stabilizzazione dell’Irak. Saboterà qualunque progetto che non la riporti in gioco in Irak com’era pesantemente in gioco ai tempi di Saddam Hussein. Una conferenza internazionale come quella che si annuncia, con la possibilità che in quella sede venga concordata una spedizione Nato in Irak, sarebbe per i francesi un altro smacco. Poi c’è l’illusione di poter “partecipare” alle presidenziali Usa: cercano in tutti i modi di mettere in difficoltà l’amministrazione Bush per potersi vantare di aver contribuito alla elezione di Kerry, se quest’ultimo dovesse spuntarla. La verità è che la Francia non ha alcuna politica per il Medio Oriente, naviga a vista in base agli interessi del momento». «Su Le Monde dell’1 ottobre 2002 – dice Carlo Jean – Villepin scrisse: “l’Irak non è una minaccia regionale, ma globale”; nel dicembre 2002 Parigi ha mandato un generale in missione segreta a Washington per concordare la partecipazione di 15mila soldati francesi all’invasione dell’Irak. Poi le cose sono andate diversamente. Chirac ha sentito arrivare l’onda pacifista e ha voluto cavalcarla per il gusto dell’ammirazione e del consenso, per vedere la Francia al centro dei discorsi. Inoltre il dissenso francese nei confronti della politica Usa in Medio Oriente è un osso che viene gettato alla minoranza araba in Francia, socialmente inquieta: la si accontenta con un gesto simbolico per non concederle cose più concrete». Ma è un gioco che non può durare a lungo: «La Francia cerca di far salire il prezzo della sua partecipazione alla conferenza internazionale sull’Irak, ma se continua a tirare la corda finirà isolata: a volere la stabilizzazione dell’Irak ormai sono i paesi arabi e musulmani, cioè Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Pakistan». Insomma, la Francia non è impazzita. Probabilmente si è messa in analisi senza avvertire nessuno.
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