Su eredità e matrimoni nel mondo arabo l’8 marzo non è mai arrivato
La celebrazione dell’8 marzo ha offerto l’occasione di sondare la situazione della donna in molti paesi arabi. In Algeria, Farouk Ksentini, presidente delle Commissione consultiva per la promozione dei diritti umani, ha rilanciato la sua proposta di introdurre la parità tra maschi e femmine in tema di eredità, attraverso un aggiramento della prescrizione coranica che assegna alle donne la metà dell’eredità spettante ai figli maschi. Ksentini suggerisce, infatti, che ogni genitore riservi nel proprio testamento una parte supplementare alle sue figlie, da non contemplare nella ripartizione dei beni. È evidente che la proposta intende introdurre la parità senza suscitare l’ira dei giuristi islamici attaccati alla lettera del Corano. Un simile tentativo di aggirare lo scoglio della sharia lo si era visto in Tunisia negli anni Cinquanta. L’allora presidente Habib Bourghiba aveva cercato nella tradizione islamica una giustificazione alla sua decisione di proibire la poligamia. Come fece? Disse che il versetto coranico in cui si ammette la poligamia fino a quattro mogli continua dicendo: «Ma se temete di non essere equi, allora una sola». E che un altro versetto coranico dice esplicitamente: «Non potrete mai essere equi con le vostre mogli, anche se lo desiderate». Dunque, concluse Bourghiba, la vera regola è la monogamia. Come si vede, un’interpretazione libera permette molti adattamenti. Beninteso, molto dipende dalle autorità politiche. Due anni fa, sempre in occasione della festa della donna, il presidente algerino Bouteflika aveva ribadito la sua opposizione a contraddire le prescrizioni islamiche. Può questa “acrobazia” giuridica del suo consulente offrire alle donne algerine una nuova conquista? camilleid@iol.it
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