Sui soldi di Consorte niente domande
Mio caro Malacoda, non so quante volte ti avranno citato il detto per cui il diavolo si nasconde nei particolari, tante immagino. Sarà anche così, ma è molto più vero, e vorrei che te lo ricordassi più spesso, che invece il diavolo si nasconde e basta. Il nostro regno è il mondo del non detto. Contraddire una verità equivale ad affermare un’altra verità. Non dire, tacere, nascondere, occultare, mimetizzare, dimenticare è un modo più radicale per negare l’esistenza della verità, di qualsiasi verità. La cronaca politica e giudiziaria italiana ci offre in merito un esempio quasi perfetto. Avrai letto su diversi giornali le intercettazioni di telefonate tra esponenti di una società assicuratrice che voleva comprarsi un banca e alcuni politici (sedicenti di sinistra) che per questa operazione hanno molto tifato. Avrai letto di «Facci sognare!», avrai letto di «Abbiamo una banca?», avrai letto di «Devo sentire tizio?» (un certo Bonsignore). Avrai anche letto, molti mesi fa, di due conti bancari all’estero intestati ai due responsabili dell’Unipol (così si chiama quella società di assicurazioni), il presidente, Giovanni Consorte, e il vicepresidente, Ivano Sacchetti. Sui due conti, rimasti inutilizzati per anni, erano stati versati 48 milioni di euro, 24 su uno e 24 sull’altro. I soldi sono poi rientrati in Italia e sorprendentemente rimasti ulteriormente inutilizzati. Dico sorprendentemente perché i due, Consorte e Sacchetti, i soldi li sanno far fruttare. È vero che non sono grandi lettori del Vangelo del Figlio del Nostro Nemico, può darsi quindi che non abbiano letto la parabola dei talenti. Ma sotterrarli per tenerne invariato il valore, non foss’altro perché i due conoscono il significato del termine inflazione, non sembra comportamento consono a finanzieri così abili e così di mondo da aver ricevuto – dicono – un onorario di 48 milioni di euro, equamente diviso in due, per una loro consulenza privata. Sotterrarli, ma che dico? Tenuti esposti in bacheca per tutti questi anni. Quasi un ostentato esercizio di trasparenza: “Signori, ecco lì i nostri milioni, non li tocchiamo in modo che tutti li possiate vedere”.
Sia come sia, dei propri soldi ognuno fa quello che vuole. Se sono propri. L’importante per noi è che con la propria intelligenza nessuno faccia quello che può. Non mi riferisco in questo caso ai due onesti amministratori, tutt’altra pasta da quello della parabola evangelica di domenica scorsa, quello che truffa il padrone con volgari falsi in bilancio; mi riferisco piuttosto a chi ha scoperto e dato in pasto all’opinione pubblica l’affaire, ai giornalisti. Bisogna impedire loro, e finora la cosa non ci è costata molta fatica, di usare l’intelligenza per ciò per cui principalmente è fatta: fare domande. In questo caso la domanda è una sola, e non l’hai letta sui giornali, neanche su quelli che hanno pubblicato tutte le intercettazioni: a cosa servivano quei 48 milioni? Non: da dove vengono? Ma: dove dovevano andare? Perché i soldi, soprattutto quando sono tanti, si sa, vanno e vengono, non foss’altro per diventare di più. E anche tu, ti prego, non fare domande.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche
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