Sulla falsa tolleranza (o del come in Italia di cerchi di chiudere il Cielo in una stanza)
Recentemente Benedetto XVI, provocando non poche discussioni, ha testualmente affermato: «La tolleranza, che ammette per così dire Dio come opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e della nostra vita, non è tolleranza ma ipocrisia». Tra le varie letture che, nella sua sinteticità, il passo consente, merita particolare attenzione quella che lo pone in continuità con la ripulsa, da parte di Giovanni Paolo II, della pretesa che «una società democratica debba relegare al puro ambito delle opinioni personali i credi religiosi dei suoi membri e le convinzioni morali derivanti dalla fede». Va peraltro rilevata una novità di accento, in quanto il vigore del pronunciamento di papa Ratzinger, quasi una invettiva, indica chiaramente che il pontefice, più che ricordare principi di carattere generale, intendeva formulare un preciso giudizio su una situazione specifica e concreta, riguardante soprattutto l’Europa, espressamente menzionata.
In effetti motivi di preoccupazione gli sono offerti anche dal nostro stesso Paese, dove, da qualche tempo a questa parte, nelle discussioni circa materie di grande rilevanza sociale – quali la bioetica e la famiglia – non pochi politici e opinionisti sostengono, in modo più o meno coerente e assoluto, la seguente tesi: i credenti si astengano pure da comportamenti e prassi incompatibili con le loro personali convinzioni, ma non pretendano di vietarli ad altri. In altre parole: gli uomini di fede, fatto salvo il doveroso rispetto delle leggi dello Stato, possono senz’altro comportarsi come meglio credono, ma non hanno titolo a promuovere una legislazione che rispecchi le loro concezioni della persona umana e della società. Tali concezioni in quanto derivanti dalla religione non hanno diritto di cittadinanza fuori dalle coscienze, anche perché, a ben guardare, le religioni producono divisioni tra gli uomini e ostacolano il progresso e la diffusione delle conoscenze scientifiche.
IL CONFINE CON L’IPOCRISIA
Non è certo il caso di ricordare in questa sede tutte le motivate ed approfondite critiche che sono state formulate contro queste tesi. Si vuole solo rilevare che esse risultano incompatibili con quel diritto fondamentale dell’uomo che è costituito dalla libertà religiosa. Infatti, come ha osservato don Luigi Giussani, essa è il diritto che la coscienza dell’uomo ha a identificare e creare la strada del proprio destino. Di conseguenza libertà religiosa autentica è quella che permette a chi crede di esprimersi secondo la propria fede, con tutte le implicazioni culturali, sociali e politiche che ne derivano. E si può senz’altro aggiungere: in caso contrario si avrebbe solo quella ‘tolleranza’ che Benedetto XVI ha bollato come ipocrisia. Infatti, in ultima analisi, le tesi rilevate, se sostenute in modo assoluto e coerente, finiscono con l’auspicare una sorta di inaccettabile discriminazione tra i cittadini, riconoscendo a tutti il diritto, per non dire il dovere, di concorrere, nelle modalità previste dalla Carta fondamentale, alla modulazione della vita pubblica nei suoi diversi aspetti, salvo che ai credenti quando intendano agire secondo le proprie più profonde convinzioni. Va peraltro osservato che questa sorta di interdizione a intervenire nella vita politica e sociale non viene opposta tanto a singoli fedeli, quanto, e in termini quanto mai espliciti e decisi, alla gerarchia, come si è visto chiaramente in occasione dei recenti interventi dei vescovi in materia di fecondazione assistita e di unioni di fatto.
SEMAFORO LAICISTA
A prima vista si potrebbe ritenere che, per lo più, le prese di posizione contro tali pronunciamenti non siano degne di particolare considerazione in quanto aventi carattere meramente strumentale ed occasionale. Infatti, come ha argutamente rilevato un editorialista del Corriere della sera, non pochi esponenti laici adottano una sorta di semaforo ideologico: quando le posizioni della gerarchia cattolica coincidono con le loro ecco un bel verde, se l’orientamento cattolico diverge scatta il perentorio rosso. Un atteggiamento diffuso a sinistra come a destra con il risultato che ogni intervento dei vescovi in materie, per così dire sensibili, provoca applausi e fischi, ma, rileva l’autore, le parti mutano secondo l’occasione.
In realtà le vivaci reazioni determinate dai più recenti pronunciamenti episcopali meritano molta attenzione in quanto rivelano una marcata insofferenza, per non dire una decisa ostilità, non tanto nei riguardi di determinati precetti o dottrine morali o del cristianesimo genericamente inteso, quanto della stessa Chiesa. Le contestano, infatti, il diritto di pronunciarsi nelle materie che possono essere oggetto della legislazione statale, con motivazioni che integrano quelle già ricordate circa l’irrilevanza pubblica delle convinzioni religiose, ma anche con argomentazioni di natura più propriamente istituzionale. Ad esempio, una lettera pubblicata senza alcun commento su un diffuso quotidiano nazionale riesuma la vieta e risibile tesi che la Chiesa non avrebbe alcun titolo per interloquire negli affari italiani in quanto soggetta al sovrano di un Paese straniero, il Vaticano. Una argomentazione per lo meno preoccupante in quanto induce a considerare i cattolici cittadini di seconda categoria, come più volte avvenuto in passato. Inoltre, senza alcun serio fondamento, da più parti si è sollecitata la magistratura a intervenire, applicando ai vescovi le sanzioni penali previste per i così detti reati elettorali dei ministri di culto. E non si è esitato a ricorrere al ricatto economico, auspicando o minacciando l’abrogazione dell’otto per mille, ovviamente senza far presente che non si tratta di un privilegio della Chiesa Cattolica ma di una forma di finanziamento già adottata da altre cinque confessioni religiose e accessibile a tutti i culti che pervengano alle Intese previste dall’art. 8 della nostra Costituzione. Ma non sono neanche mancate argomentazioni più sottili e articolate come quelle di chi ha osservato che, in sé e per sé, i pronunciamenti della gerarchia sarebbero leciti, ma cessano di esserlo in presenza di un concordato. Interpretazione del tutto fantasiosa in quanto è proprio questo strumento pattizio a riconoscere la piena legittimità della presenza della Chiesa in campo sociale e persino ad impegnarla in tal senso. Infatti la Repubblica italiana e la Santa Sede, dopo aver ribadito la propria sovranità e indipendenza, vi si impegnano «alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese». Infine si arriva ad affermare che, a causa del Concordato, il nostro Stato, checché ne pensi la Corte Costituzionale che ha più volte affermato il contrario, non è laico ma confessionale. E, a questo punto, non resta che chiedere l’abrogazione di quegli accordi che nel 1984 furono approvati con larghissima maggioranza parlamentare.
QUESTIONE EDUCATIVA
Da questa rapida rassegna risulta evidente che negli ambienti politici, culturali e nei mass-media – con inevitabili ricadute sull’opinione pubblica – vi è una tendenza, diffusa anche se ancora minoritaria, a contestare quel diritto che il Concilio Vaticano II ha rivendicato alla Chiesa di «predicare sempre e dovunque con vera libertà la fede e insegnare la sua dottrina sulla società, esercitare senza ostacoli la sua missione tra gli uomini e dare il suo giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime». Una opposizione certamente dovuta a personali concezioni della laicità che sfociano nel laicismo, ma da inquadrarsi in un contesto ben più ampio che si può così sommariamente descrivere: in genere, i paesi democratici non hanno difficoltà a sancire e tutelare i diritti individuali di libertà, almeno formalmente e nei profili essenziali. Dimostrano, invece, una più o meno decisa resistenza a riconoscere le prerogative delle confessioni religiose, come sarebbe richiesto anche da una piena attuazione del principio di sussidiarietà.
Un atteggiamento decisamente criticabile – a cui sono probabilmente imputabili le resistenze parlamentari che ormai da vari anni impediscono in Italia l’approvazione della legge sulla libertà religiosa – che si manifesta in modo evidente nei più recenti documenti europei. Infatti la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, sottoscritta a Nizza il 7 dicembre 2000, mentre riconosce espressamente e diffusamente ad ogni persona «libertà di religione», nulla dice circa le confessioni religiose. Queste sono invece prese in considerazione dalla Costituzione per l’Europa, ma in modo del tutto deludente. Infatti la relativa disposizione da un lato si risolve in una norma di mero rinvio alle legislazioni nazionali, e, dall’altro, pretende di assimilare le confessioni alle associazioni filosofiche, quando è di tutta evidenza che, anche sotto il profilo strettamente socio-giuridico, sono realtà di natura ben diversa.
Con quanto fin qui detto si vuole semplicemente ricordare che anche in situazioni come quella italiana, che, nel contesto del mondo, si colloca tra le più favorevoli, la libertà religiosa non può mai darsi come pacificamente acquisita e assolutamente scontata, ma deve essere continuamente e attentamente rivendicata e tutelata contro ogni tentativo di circoscriverla o limitarla. E a questo proposito va segnalato che la questione si pone soprattutto a livello educativo e culturale poiché, come ha osservato Giovanni Paolo II, «i diritti dell’uomo più che norme giuridiche, sono innanzitutto dei valori» che «devono essere custoditi e coltivati nella società altrimenti rischiano di scomparire anche dai testi di legge». O, si può aggiungere, restarvi confinati senza alcuna incidenza sulla realtà. In ogni caso, il mezzo più efficace di cui i credenti dispongono per tutelare la libertà religiosa è quello di esercitarla effettivamente in tutte le sue dimensioni ed espressioni: dal culto pubblico alla testimonianza negli ambienti di vita, dalle iniziative culturali ed educative alle opere sociali. Ed è proprio questa prospettiva di presenza che don Giussani ha sempre insistentemente proposto e di cui si può senz’altro indicare come esempio particolarmente significativo il Meeting di Rimini.
Un’ultima notazione: la questione è molto più rilevante di quanto può apparire a prima vista in quanto la libertà religiosa non è semplicemente uno tra i tanti diritti umani, ma ne è per così dire, il più fondamentale, come dimostra il fatto che il suo rispetto implica necessariamente il godimento di una serie libertà, come quelle di pensiero, di espressione, di propaganda, di riunione, di associazione, di educazione dei figli.
* Professore di Diritto canonico
dell’Università Cattolica di Milano
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