Sull’elezione del capo dello Stato il Libano rischia un altro stallo
Crescono i timori in Libano man mano che si avvicina il 25 settembre, data in cui è prevista la prima seduta parlamentare per l’elezione di un nuovo presidente della Repubblica. I deputati libanesi avranno due mesi per evitare al Libano un nuovo vuoto istituzionale. Infatti, i partiti dell’opposizione minacciano di boicottare le sedute (e quindi di fare mancare il quorum) in caso di mancanza di un consenso con la maggioranza sul nome del futuro presidente. Un bel rebus che divide, quasi in parti uguali, la comunità cristiana, e che potrebbe condurre alla formazione di due governi paralleli nel paese dei cedri, dove la carica presidenziale è tradizionalmente attribuita a un cattolico maronita. Dal fronte della maggioranza si sono candidati finora tre esponenti politici (Boutros Harb, Nassib Lahoud e Robert Ghanem), ma tutti assicurano di essere disposti a cedere a favore di un eventuale candidato unico della coalizione; dall’opposizione, invece, un solo candidato, il generale Michel Aoun. Chi sarà il nuovo presidente del Libano è difficile prevedere, perché l’importante in questo momento è salvare la Repubblica e la stessa esistenza del Libano. I cristiani non devono dimenticare le lezioni del passato e riconoscere che nessun leader può rivendicare il monopolio della rappresentatività cristiana. E che le loro divisioni non fanno altro che indebolirli tutti quanti. Solo “unendosi” la comunità cristiana libanese, e la sua componente maronita in particolare, potrà giocare di nuovo il suo ruolo fondamentale, senza il quale il Libano perderebbe la sua ragion d’essere, la sua vocazione di nazione pluralista aperta al mondo e quella specificità che ne fa un’eccezione in un Medio Oriente dominato dagli autoritarismi. camilleid@iol.it
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