Supponiamo di essere
Sabato, ore 13,20. Esterno giorno. Uscita di un liceo. Padri in attesa, uno col figlio di 8 o 9 anni. Escono i ragazzi, una di loro, 15 anni, coda e lentiggini, vede il bambino che le corre incontro; quasi vergognandosi si guarda a destra, poi a sinistra, meno male che nessuno mi ha visto. «Ma papà, perché hai portato anche lui?!» Eh sì, perché va bene il padre, al limite la madre, in fondo sono gli autisti, che attendano però agli angoli senza farsi troppo vedere, ma la famiglia no, proprio no.
Sorridendo viene in mente Chesterton in Autobiografia: «Al mio tempo si potevano mettere in confusione i ragazzi che andavano a scuola, facendo loro l’orribile rivelazione che avevano una sorella, o perfino un nome cristiano. E la natura mortale di questo colpo consisteva proprio nel fatto che esso rovinava tutta la convenzione della nostra vita; la convenzione cioè che ciascuno di noi bastava a se stesso, era un signore indipendente che viveva con mezzi propri. Il segreto che ciascuno di noi possedeva di fatto una famiglia, i genitori che pagavano per il nostro mantenimento, veniva, per convenzione, ignorato e si rivelava soltanto in momenti di vendetta pazza.
Ma è necessario notare che in questa convenzione si era già infiltrata un pochino di corruzione, precisamente perché essa era più seria e meno franca delle bugiette dell’infanzia. Avevamo co-minciato ad essere ciò che i bambini non sono: snob. I bambini disinfettano tutte le loro personificazioni drammatiche dicendo: “Supponiamo di essere”. Ma noi scolari non dicevamo mai: “Supponiamo di essere”: noi semplicemente supponevamo di essere. Il bambino non pretende di essere realmente un pellerossa, ma il ragazzo pretende veramente di essere un uomo; e perfino uomo del mondo, metamorfosi, a quel che sembra, molto più spaventevole».
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