Sussidiarietà è libertà

Di Frattini Franco
17 Maggio 2001
Il centrosinistra ci ha lasciato in eredità una macchina statale invasiva e insufficiente. La tanto celebrata riforma Bassanini non ha fatto altro che spostare l’inefficienza verso le periferie. Sia dia l’opportunità alla persona di poter valutare, scegliere e operare. Si dia spazio alla libertà

Il dibattito sul tema della sussidiarietà nella scorsa legislatura e in quella che si è appena conclusa è iniziato in modo estremamente timido per il bisogno di rinnovamento che abbiamo. L’Italia ha un primato negativo (che risulta dai dati Ocse) che riguarda la presenza di Stato, di regole, di mano pubblica invasiva in tutti i settori dell’economia e delle istituzioni pubbliche e amministrative. Questo primato porta delle conseguenze in termini di inefficienza della macchina pubblica. Io non mi affeziono al concetto di sussidiarietà, di federalismo e di devolution perché non si tratta di totem in cui credere. Si tratta di metodi di approccio alla teoria dello Stato. Dietro la concezione virtuosa della sussidiarietà sta l’idea che l’uomo, l’individuo, i suoi valori, la persona umana vengono prima dello Stato. Lo Stato è una costruzione sociale che dà regole, che garantisce il funzionamento della società civile. Quando parliamo di sussidiarietà poniamo in definitiva al centro del sistema i valori della persona umana. Abbiamo perso la ragione fondante di uno Stato che come Stato liberale deve porre l’uomo e i suoi diritti al centro delle istituzioni. Qui sta il nodo di differenza, non soltanto politica, ma culturale rispetto alla maggioranza che ha governato in questa legislatura; il punto di discrimine tra un valore e una cultura autenticamente liberale ed una cultura surrettiziamente statalista. Tutto deriva dalla mancanza di un caposaldo costituzionale come vincolo anche per il legislatore. Se quel vincolo non è, il legislatore è libero di colpire, di incidere, di vincolare, di regolare quello che non dovrebbe essere regolato. Se s’impedisce alla società civile di essere il regolatore e il contraltare democratico del potere, si lascia al potere la possibilità di stabilire le regole sulla società civile e di trasformarsi in arbitro. Questa è la base su cui immaginare la sussidiarietà nelle istituzioni.

Bassanini ha trasferito l’inefficienza dal centro alle periferie Noi critichiamo la riforma di Bassanini perché non ha stabilito, prima di avviare il decentramento territoriale, la sussidiarietà verticale e che cosa dalla mano pubblica dovesse essere del tutto eliminato. Si è invece stabilito di decentrare sul territorio quei poteri pubblici che erano inefficienti al centro e che presumibilmente rimarranno inefficienti anche in periferia. L’inversione effettuata da Bassanini ha di fatto decentrato l’inefficienza. Oggi ci troviamo a scoprire che a 4 anni dall’avvio della riforma, le promesse di efficienza e di riduzione dei costi del sistema pubblico non si sono verificate. Ciò che costava al centro, continuerà a costare in periferia, anzi in fase di prima applicazione costerà di più perché c’è il costo indotto dal sistema di trasferimento sul territorio. La sussidiarietà è strumento fondamentale di solidarietà e di libertà. Si dimentica spesso che la vera solidarietà non è la solidarietà assistenzialistica che ci viene dallo Stato centrale come una concessione. La solidarietà è quella che arriva ai veri deboli, ai veri poveri dalle energie della società civile che si mette in gioco. Perché quando si immagina il buono scuola, l’ottima legge della regione Piemonte o il sistema di scelta sanitaria tra pubblico e privato a parità dei costi, si intende dire che il nullatenente ha diritto come il ricco a scegliere a parità di costi l’ospedale migliore, la scuola dove i suoi figli possano imparare meglio. Non deve essere costretto all’alternativa tra pagare tanti soldi per un sistema privato o tenersi un sistema pubblico inefficiente.

Lo Stato tenga le mani a posto La sussidiarietà aiuta la vera trasparenza nelle istituzioni. Perché quanto più la macchina dei poteri pubblici è piena di funzioni, tanto più in essa si possono nascondere i germi dell’illegalità, delle procedure complicate, delle regole che nessuno capisce, delle regole che soltanto pochi possono amministrare perché ne diventano i depositari, quasi esoterici. Quanto più si libera la macchina pubblica e si dà alla società civile, tanto più è facile il controllo democratico su quei poteri pubblici che restano. Occorre uno Stato che faccia meno ma faccia bene. Noi viviamo il paradosso di uno Stato che mette le mani nel tessuto e nelle pieghe dell’economia, dove non dovrebbe, mette le mani nei meccanismi vitali della società civile, e non lo dovrebbe fare, e non si concentra invece in quelle funzioni che sono la ragione fondante della sua esistenza. Assistiamo oggi ad una Repubblica che non garantisce, malgrado le trionfalistiche relazioni governative, la sicurezza dei cittadini. Non abbiamo un sistema che garantisce l’immagine internazionale dell’Italia nelle sessioni e nei consessi internazionali. Lo Stato dovrebbe mettere un piede sull’acceleratore, sulla politica estera, sulla politica monetaria, sulla politica di sicurezza dei cittadini. Le carenze in quei compiti e l’esorbitanza nei compiti impropri, giustificano l’importanza del principio di sussidiarietà. Anche nel grande percorso di globalizzazione, di diffusione a livello mondiale dei grandi percorsi dell’economia, della conoscenza attraverso le reti, anche lì serve la sussidiarietà. Non mi piace una globalizzazione che finisce per diventare l’oligopolio o il monopolio di poteri economici forti al livello mondiale, a scapito dei più deboli, siano essi paesi o uomini. Perché i grandi monopoli, gli oligopoli non si alleano certo con la società civile. Si alleano con gli Stati e li vogliono forti per garantire la permanenza dei loro privilegi. E quanto più la società civile saprà, anche nel contesto di una globalizzazione, essere controllore, essere protagonista, tanto più potrà portare un contributo fondamentale.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.