Tante parole, pochi Sarfatti
Difficile valutare spassionatamente Riccardo Sarfatti, il principale avversario di Formigoni alle elezioni regionali del prossimo 3 aprile: a quattro settimane dal voto il programma della coalizione che lo sostiene ancora non esiste, e sul sito Internet del candidato fa pudica mostra di sé un ‘miniprogramma’ (testuale) che si preoccupa più di agitare vaghe accuse e insinuazioni contro Formigoni e la ‘destra’ (citati rispettivamente 3 e 2 volte in un testo di 400 parole) che di spiegare le intenzioni dell’aspirante presidente. Il 13 febbraio su Repubblica Sarfatti aveva detto: «La presentazione del programma è questione di giorni». E i giorni continuano a passare, vuoti come quelli del tenente Drogo nel Deserto dei tartari. Tutto quel che si può fare, allora, è leggere le interviste e ascoltare i comizi del candidato delle sinistre. Nei quali infila tali sfondoni uno dopo l’altro da ispirare la fatale domanda: «Ma ci è o ci fa?».
SPESA PROLETARIA IN FARMACIA
Prendiamo la sanità, sfiancato cavallo di battaglia dell’opposizione da dieci anni. Sarfatti è polemico col sistema lombardo dei ticket farmaceutici (da cui sono escluse 18 categorie di pazienti) e afferma che ci sono dieci Regioni italiane che anche senza i ticket sanitari sono riuscite a raggiungere l’equilibrio di bilancio. Falso: fra le Regioni che non hanno introdotto il ticket ce n’è una sola in pareggio, la Toscana. Asserisce poi che le esenzioni lombarde sarebbero solo virtuali perché «nel 2004 i ticket hanno fatto incassare alla Regione solo un milione in meno dei 168 incassati nel 2003». Ragionamento del cavolo: in tutta Italia nel 2004 il consumo farmaceutico è aumentato (+8 per cento rispetto al 2003), perciò è possibile che le entrate da ticket in cifra assoluta non siano diminuite; gli esenti hanno comunque risparmiato rispetto a quello che avrebbero speso.
Ma qual è la ricetta di Sarfatti in materia? Abolizione dei ticket su tutti i farmaci e distribuzione gratuita di quelli da banco agli anziani. E le risorse per una politica così munifica? «Ridurremo il prezzo con la distribuzione diretta dei farmaci da parte della Regione, come fanno Toscana ed Emilia-Romagna». Siamo al delirio. Farmaci da banco gratis agli anziani significa che qualunque vecchietto, magari opportunamente istruito da trafficanti internazionali di medicinali, può fare incetta di aspirine, sciroppi per la tosse, antistaminici, bende e garze, ecc. e poi farne l’uso che crede. I risparmi derivanti dalla distribuzione diretta di farmaci (cioè comprati ‘all’ingrosso’ da Asl e ospedali, con conseguente sconto, e rivenduti ai pazienti) non copriranno mai una spesa del genere e nemmeno le mancate entrate di un’abolizione generalizzata del ticket. Per tre ragioni. La prima è che questa possibilità riguarda un numero limitato di farmaci. La seconda è che la formula più risparmiosa (apparentemente), cioè la distribuzione presso ospedali e Asl, è la più scomoda per i cittadini: immaginatevi i montanari della Valsassina che devono scendere a Lecco per comprare le medicine all’Asl. La terza ragione è che questa formula solo apparentemente riduce la spesa farmaceutica a carico dell’Ente regionale: in realtà la sposta semplicemente su Asl e ospedali. E infatti proprio la Toscana, apripista di questa esperienza, sta già facendo retromarcia: con una recente delibera (n. 299 del 21 febbraio) ha aperto le porte a convenzioni con le farmacie per realizzare la ‘distribuzione diretta’ attraverso di esse, anche se deve riconoscere loro un beneficio economico. Come la Lombardia già fa. Ma tutto questo Sarfatti non lo sa.
Il candidato delle sinistre poi si inalbera con chi gli ricorda che la sanità è una delle eccellenze della Lombardia: «Lo era anche prima di Formigoni». Già, ma si dà il caso che sia ancora migliorata; un esempio: prima che arrivasse Formigoni i cittadini di altre regioni che venivano a curarsi in Lombardia erano 130 mila, oggi sono 175 mila. Balle sesquipedali anche sull’assistenza post-ospedaliera: «Oggi quando si esce dagli ospedali si è abbandonati a se stessi». Fra il 1995 e il 2004 gli assistiti a domicilio sono passati da 46 mila a 87 mila, i posti letto per riabilitazione da 6.766 a 10.299, i posti letto per anziani da 34.830 a 50.377. Vediamo cosa saprà fare Sarfatti, tante parole e pochi fatti. Dice che ridurrà le liste di attesa: «Se ti serve una visita specialistica servono otto mesi». La Lombardia è stata la prima regione d’Italia a fissare i tempi di attesa massimi. Attualmente, il 90 per cento delle richieste viene espletato entro 60 giorni, il 75 per cento entro 30 giorni. Saprà fare meglio lui?
Solo su un punto Sarfatti mantiene un silenzio rigoroso: il riparto del Fondo sanitario nazionale, i cui criteri sono stati modificati al tempo di Rosy Bindi ministro. Esso penalizza sanguinosamente la Lombardia, che riceve 1.426,3 euro pro capite contro i 1.506,6 dell’Emilia-Romagna e i 1.520,2 della Toscana. Capito perché quest’ultima arriva al pareggio senza bisogno di ticket?
PICCOLe SFASATURe nEL DISCORSO
Su gli argomenti diversi dalla sanità Sarfatti sembra ancora più dephasé, come direbbero i francesi. Invoca «la creazione di un ufficio regionale per i consumatori», quando già esiste un comitato regionale per la tutela del consumatore al quale partecipano tutte le associazioni dei consumatori, ma è boicottato da quella che ha messo in campo una lista fiancheggiatrice della sinistra: il Codacons. Propone una trasformazione del sistema universitario lombardo «con la messa in rete non solo delle università milanesi, ma anche di tutti gli atenei lombardi» senza sapere che questa cosa esiste già grazie al Patto per la cultura, la Ricerca e lo sviluppo firmato nel luglio 2002. Attacca i blocchi programmati del traffico come misura anti-inquinamento («sono un’assurdità») proprio mentre una mozione presentata dai Ds, uno dei partiti che lo sostengono, in Consiglio regionale chiede di rafforzare anche questo strumento (mozione 0717 del 20 gennaio).
Trattandosi di un architetto, ci si aspetterebbe maggiore lucidità sui temi della casa e dell’abitare. E infatti propone «una coraggiosa riforma delle Aler, delle regole di gestione, dei canoni, e un nuovo regolamento degli accessi». Insomma, le stesse cose del programma di Formigoni (con l’unica differenza che quest’ultimo già esiste). Poi però come al solito vuole strafare e a proposito della riforma delle Aler parla di «regolamento sbagliato, bocciato dal Tar e riproposto peggiorato, per ragioni elettorali». In realtà il Tar ha bocciato un solo articolo, quello relativo alla precedenza nelle liste per l’assegnazione per chi risiede da più tempo. E su quel criterio il dissenso di Sarfatti non è di sostanza, ma di forma; sempre a Repubblica ha detto: «Giusto applicare il criterio della residenzialità, ma con dei limiti». Allora perché tanto livore?
Qualche ragione sicuramente Sarfatti ce l’ha quando denuncia i ritardi nella realizzazione delle infrastrutture trasportistiche, le difficoltà del trasporto locale. Quando però dice «in dieci anni non si è fatto niente», ricade nella solita demagogia. Il trasporto locale su ferro è regionale dal 2002. Da allora la Regione ha investito nell’acquisto di materiale rotabile 633 milioni di euro, 700 milioni sulla rete delle Ferrovie Nord e 1 miliardo su quella gestita da Trenitalia (fondi regionali più fondi nazionali). Le locomotive non si acquistano dal salumiere: le prime sono state consegnate pochi giorni fa. Per quanto riguardo il trasporto su gomma, Sarfatti deve guardare anche in casa sua: Verdi, Rifondazione comunista, ecc. non vogliono sentir parlare né di Pedemontana, né di Bre.be.mi, né di Tangenziale est esterna. Lui dice: «Sì a Pedemontana e Bre.be.mi, ma l’attuale tracciato della parte terminale della direttissima Milano-Brescia va cambiato. Così il progetto del nodo trevigliese». Sono le stesse posizioni di Filippo Penati, il presidente della Provincia di Milano. Che tradotte in fatti significano: altri anni di ritardo nella realizzazione dell’opera, centinaia di milioni di euro in più da spendere, il collasso imminente della A4. È questo il ‘futuro di cui essere orgogliosi’ che serve alla Lombardia?
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