Tartassati

Di Morri Giovanni
12 Ottobre 2006
Dicono "equità, rigore, sviluppo", poi tentano di spennare tutti per far felici solo i bagnini. Un gran fiscalista ci spiega la prima manovra Prodi

Equità, rigore e sviluppo. Questa la triade di concetti virtuosi propagandati all’annuncio della Finanziaria 2007. Studiando le carte i concetti si fanno non virtuosi ma virtuali, anzi per essere chiari, si fanno falsi.
Cominciamo dall’equità. Dovrebbe essere la Finanziaria per cui i ricchi piangono, quella in cui si risana lo squilibrio a danno delle classi più deboli accentuato dai provvedimenti della scorsa legislatura. Guardando dentro il provvedimento così non è. Chi ha più di 100 mila euro di reddito all’anno non viene toccato dalla modifica nella curva dell’Irpef. La situazione peggiora solo per chi guadagna più di 40 mila euro e meno, appunto, di 100 mila. A chi appartiene a questa fascia, evidentemente, si riferiscono i rifondaroli nel loro manifesto con lo yacht: d’altra parte è questa gente che, nel delirio ideologico della sinistra, è in grado di comprarsi la barchetta da 80 milioni di euro. Ma anche i meno abbienti, alla fine dei conti, non è che ne escano bene. Riceveranno sì qualche decina di euro al mese in più in busta paga (come effetto della riduzione delle aliquote e dell’aumento degli assegni familiari), ma anche loro devono star pronti ad aprire il portafoglio per pagare i rincari sull’addizionale Irpef, sull’Ici e sulle tasse di scopo che i Comuni dovranno applicare se vorranno far quadrare i bilanci dopo il taglio di quasi 3 miliardi di euro che la manovra assegna ai trasferimenti statali nei loro confronti. Un gioco di prestigio, quest’ultimo, nel quale il governo centrale concede con grande enfasi qualcosa che verrà tolto, fatalmente e silenziosamente, dai governi locali.
E poi che equità è quella che spreme chi già dichiara? Se è vero, come è vero, che la quasi totalità dei contribuenti italiani sta al di sotto dei 40 mila euro di reddito all’anno (in questo gruppo si trova, ad esempio, il 93 per cento dei dipendenti, l’89 per cento degli autonomi, il 93 per cento degli imprenditori, il 66 per cento dei professionisti e il 97 per cento degli agricoltori), e se è vero, come dice il governo, che l’evasione è imponente, perché tartassare coloro che si collocano già, e spontaneamente, nella ristretta élite degli over 40 mila?

Lotta all’evasione o esproprio?
La verità è che il risultato della manovra sul fronte della lotta all’evasione sarà esattamente il contrario di quello auspicato: spingerà i contribuenti già oggi virtuosi a fare di tutto per salvare il proprio reddito da un intollerabile esproprio e incentiverà coloro che evadono a continuare a farlo e anzi a spingersi oltre nella disobbedienza fiscale. Non può che essere così, infatti, quando lo Stato toglie a chi già dichiari più di 75 mila euro il 43 per cento di Irpef più circa un 2 per cento per le addizionali regionali e comunali, più il 4,25 per cento per quell’Irap recentemente “salvata” dall’Unione Europea: insomma, all’incirca un 50 per cento. E più aumenta l’intimidazione delle sanzioni, peggio sarà, perché i cattivi contribuenti devono accrescere la quantità di evasione per compensare l’aumento del rischio. Questa legge della scienza delle finanze è confermata dalle code di italiani innanzi alle banche svizzere, che hanno ricominciato ad allungarsi abbondantemente negli ultimi mesi di politica fiscale muscolare. L’equità non si consegue massacrando chi già paga le tasse, ma spingendo chi non lo fa a dichiarare di più. E questo si ottiene in due modi: primo, riducendo le aliquote marginali dell’Irpef, così da rendere meno irta la strada del ravvedimento fiscale; secondo, semplificando la determinazione delle basi imponibili e i metodi di accertamento.
Ma a voler fare le pulci al provvedimento c’è ulteriormente da chiedersi se sia equità quella che abolisce il 5 per mille agli enti no profit e abroga la norma, introdotta nella scorsa legislatura, che punta all’adeguamento ai prezzi di mercato del costo delle concessioni degli stabilimenti balneari e la sostituisce con una che ne prevede un incremento quasi simbolico mentre assegna concessioni cinquantennali (cioè eterne). I bagnini di Riccione e Forte dei Marmi, fedeli elettori Ds, ringraziano. I prezzi per accedere ai loro stabilimenti schizzano alle stelle e possono continuare a comprare auto di lusso coi soldi che risparmiano in canoni e tasse.

Risanamento, 13 miliardi a rischio
Quanto al rigore, la manovra è basata, per ben 5 miliardi, sulle entrate attese dal versamento, da parte delle aziende, della quota di trattamento di fine rapporto di lavoro (Tfr) che, per scelta dei lavoratori, non finirà nelle casse dei fondi della previdenza complementare. Questi soldi, che sono delle imprese, dovranno essere trasferiti all’Inps e collocati in un apposito fondo per essere restituiti ai lavoratori al momento del distacco dall’azienda. Ora, queste non sono entrate definitive: sono debiti, e per quanto gli euroburocrati stiano dalla parte di Prodi sarà ben difficile che accettino di qualificare la misura come idonea a ridurre il disavanzo statale.
A margine di questa notazione sul Tfr si deve rilevare come si venga a creare un conflitto di interessi tra lo Stato e i fondi della previdenza complementare, che sono uno dei pilastri della riforma delle pensioni. Ciò pone una pesante ipoteca sulla possibilità per questi strumenti, essenziali per garantire un futuro alle attuali generazioni di lavoratori, di decollare.
Oltre ai 5 miliardi del Tfr, il governo intende sfruttare per il risanamento 4,8 miliardi che ricaverebbe dalla lotta all’evasione e all’elusione e 3,3 miliardi che otterrebbe con la revisione e l’adeguamento degli studi di settore, il metodo col quale si calcola il reddito presuntivo degli autonomi, per un totale di 8,1 miliardi. Può darsi che ci si sbagli, ma l’esperienza è maestra nel suggerire prudenza quando si fanno previsioni sulla lotta all’evasione e all’elusione in Italia. Chi ha un po’ di memoria ricorda la stagione delle cartelle pazze – correvano gli anni 1999 e 2000, anche allora era protagonista Vincenzo Visco – sulla base delle quali si fece una Finanziaria: fu una Finanziaria di carta. Quelle cartelle finirono in gran parte in nulla e fecero perdere al centrosinistra le elezioni del 2001. Oltre 8 miliardi di recuperi ad opera di lotta all’evasione e studi di settore vogliono dire una strage sociale, vogliono dire esattori che mettono ipoteche su case di commercianti e artigiani che non paghino pronta cassa. Vedremo. Certo, l’idea frettolosamente cassata da questo governo del concordato a regime, con il quale si scambiava certezza fiscale e aumento dei gettiti con le partite Iva, sarebbe stata un modo assai più fruttuoso e indolore per cavare questi soldi. Ma qui, ancora, l’ideologia la fa da padrona: al solo nome di concordato scattano i riflessi condizionati della sinistra, che non vuol sentire parlare di finanza concordata con coloro che considera a priori degli evasori.
Dunque, a conti fatti, tra Tfr e questi miliardi che dovrebbero arrivare dalla lotta all’evasione e all’elusione, 13 miliardi sono a rischio. E con gli euro è a rischio la serietà e il rigore di tutta la manovra, no-nostante tutto il sussiego professionale del nostro ministro dell’Economia.

E adesso la grande coalizione
Infine lo sviluppo. Qui, il piatto forte è dato dai 5,5 miliardi lasciati alle imprese come taglio del cuneo fiscale sul reddito di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Il risultato è ottenuto accordando la deduzione dall’imponibile Irap dei contributi previdenziali e assistenziali e di un ulteriore costo figurativo di 5 mila euro ad addetto per le aziende del Centro-Nord e di 10 mila euro per quelle del Sud. Per fare un esempio, per un lavoratore con una retribuzione lorda di 23.700 euro, il risparmio per l’impresa del Centro-Nord è di circa 630 euro (più o meno il 2,7 per cento). Ma a fronte di ciò quella stessa impresa vede uscire circa 850 euro di Tfr a favore dell’Inps, con un saldo finanziario netto negativo di circa 220 euro. L’azienda del Sud, invece, andrebbe sostanzialmente in pari. Va poi evidenziato come il beneficio non operi per i lavoratori a tempo determinato e per gli interinali, che costituiscono una quota assai significativa della forza lavoro. Ancora, sono stati aumentati i contributi per gli apprendisti, con un aggravio che per le sole imprese artigiane è stimato dalle categorie in 240 milioni all’anno. Da dove il governo pensi possa venire lo sviluppo implicato in questa operazione è difficile da capire.
Ma il giudizio su questa Finanziaria deve andare al di là del semplice smascheramento di una posizione ideologica e in così grande parte mistificatoria. Il paese si sta giocando una occasione importante per rimettere a posto i conti che non necessariamente si ripeterà in futuro. Siamo infatti all’inizio di una legislatura e l’economia va bene. Se non si fanno adesso le riforme, quelle vere, quando si faranno mai? Quando si toccheranno le pensioni, che rubano il futuro ai nostri figli? Quando si taglieranno le unghie alla bestia della spesa pubblica improduttiva e assistenziale che rovina l’Italia e le impedisce di competere con le altre nazioni? Hanno giocato la faccia di una persona seria come Tommaso Padoa-Schioppa per produrre il nulla, una colossale intermediazione di miliardi di euro (ben 33,4) che alimenta gli appetiti ideologici della parte più radicale della sinistra, distribuisce poteri e poterucci di spesa a ministri, partiti e funzionari e deprime le energie imprenditoriali delle piccole e medie imprese, quelle che ci tengono a galla. Se questo è tutto ciò che sono stati capaci di produrre quando potrebbero affondare il coltello nel corpaccione del debito pubblico italiano, che sarà quando ci si avvicinerà alle elezioni? Che disastro. La grande coalizione è necessaria. Subito. Chi ha responsabilità a destra e a sinistra batta un colpo e faccia vedere che tiene di più al paese e al futuro dei nostri figli che alle piccole beghe della politica politicante.

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