Tempo di social-velleitari

Di Arrigoni Gianluca
29 Maggio 2003
Come i post-comunisti di casa nostra, il partito che fu di Jospin è subalterno al massimalismo dei sindacati (comunista e trotzkista) sulla riforma delle pensioni

Il 16, 17 e 18 maggio, a Digione, il Partito socialista francese (Ps) ha tenuto il suo primo congresso dopo la pesante sconfitta alle elezioni presidenziali e legislative di un anno fa. Sbandierato come un congresso “rifondatore”, in realtà la stabilizzazione e il momentaneo placarsi delle polemiche tra le “correnti” interne sembra il massimo risultato raggiunto dal segretario nazionale, il “jospinista” François Hollande, che si era presentato ai delegati con un confortevole 61,44% ottenuto dalla sua mozione, appoggiata dai “baroni” del partito. Hollande, che si dichiara “riformista”, così come la maggioranza che lo ha sostenuto, in realtà continua ad applicare la vecchia pratica del doppio linguaggio, come ha dimostrato l’accoglienza entusiastica riservata dai delegati del congresso a Bernard Thibault, segretario generale della Cgt (l’equivalente francese della Cgil) che pochi giorni fa ha respinto il progetto presentato dal Primo ministro Jean-Pierre Raffarin per riformare le pensioni di una parte del settore pubblico. Il progetto, respinto anche da Force Ouvrière (Fo), il sindacato trotzkista, è stato invece firmato dai rappresentanti degli imprenditori e da due sindacati tra i quali il più importante sindacato francese, la Cfdt (l’equivalente francese della Cisl), ora diretta dal segretario generale François Chérèque succeduto alla coraggiosa Nicole Notat (vedi Tempi 23, 6.06.02) che agli attacchi di Cgt e Fo aveva l’abitudine di rispondere: «La Cfdt giudica nei fatti le proposte e gli atti di un governo, e non in funzione del suo colore politico».

Socialisti massimalisti
I socialisti, a Digione, non si sono limitati ad applaudire entusiasticamente il segretario generale della Cgt, ma hanno presentato una risoluzione, firmata dai rappresentanti di tutte le “correnti” del partito, che chiede al Primo ministro di ritirare il suo progetto di riforma, senza presentare una soluzione alternativa. Nella risoluzione i socialisti dicono di sostenere gli scioperi culminati nell’importante manifestazione di domenica 25 maggio. Questo “riformismo” di facciata è andato di traverso a Bernard Kouchner, socialista ed ex ministro della Sanità, che ha dichiarato, riferendosi al suo partito: «Mi dà fastidio che non ci si renda conto che in questo paese, mentre diminuiscono le persone che lavorano ed aumentano quelle che invecchiano, sia necessario riformare le pensioni». Kouchner ha aggiunto che «per il momento, siamo (i socialisti, ndr) dalla parte dell’immobilismo. Ed è proprio sul velleitarismo “riformista” dei socialisti che venerdì 16 maggio, in un articolo pubblicato dal quotidiano di sinistra Libération, Michel-Antoine Burnier, giornalista, scrittore ed esperto della storia del socialismo, spiegava l’incapacità storica dei socialisti francesi ad abbandonare l’ideologia accettando il riformismo: «la dialettica ambigua dei socialisti si è rivelata convenire ad una sola situazione: la gestione chiassosa e impotente di un grande partito popolare d’opposizione», concludendo: «Se il pensiero socialista può imparare qualche cosa», riferendosi al dibattito sul riformismo, «è l’identificazione dei muri della sua prigione».

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