Tentazioni riformiste

Di Bottarelli Mauro
27 Gennaio 2005
VITTADINI E ROSSI D’ACCORDO: LA POVERTA' SI COMBATTE MEGLIO CON LA FORMAZIONE CHE CON I SUSSIDI. LA POLITICA NON SOSTITUISCE LA MOTIVAZIONE IDEALE DELLE PERSONE

L’attacco di Francesco Rutelli al vecchio concetto di socialdemocrazia e di egualitarismo declinato in modo e tempo di appiattimento delle aspettative e delle possibilità – intese anche e soprattutto come rigetto ideologico e aprioristico del concetto di meritocrazia e intrapresa – è durato il tempo di un battito di ciglia. Ma Rutelli, alla fine, aveva ragione o torto? Esiste ancora il concetto ideale e l’espressione politica intesa come socialdemocrazia? No, per il semplice fatto che l’appunto del presidente della Margherita, a cui riconosciamo la dote dell’onestà ma a cui rimproveriamo il poco coraggio nel difenderla, è vecchio di almeno venticinque anni. Negli ultimi decenni del Novecento, infatti, si è aperta una nuova proficua stagione del pensiero liberale, legata in primo luogo all’elaborazione teorica del filosofo della politica statunitense John Rawls, il cui sforzo fu diretto a dare un fondamento razionale al «principio liberale della difesa dei diritti individuali». Alle idee di Rawls fece già riferimento il Psi di Bettino Craxi: alla Conferenza programmatica del Psi a Rimini, nel 1982, il dibattito ruotò attorno alla teoria dello studioso americano cancellando la vetero cultura politica e di governo socialista risalente al centrosinistra dei primi anni Sessanta. E, guarda caso, i “meriti e i bisogni” intesi come concetti tesi a favorire «una giusta uguaglianza ma non un ingiusto egualitarismo», di fatto il momento più alto dell’elaborazione programmatica, fu un’idea presa dal pensiero di Rawls.
Ma torniamo ai giorni nostri e – per dirla con Tony Blair – alla ricetta progressista per il nuovo millennio, quel «più individuo, meno Stato» retto su quattro basi fondamentali: proteggere, rendere autonomi, preparare e rendere soggetti attivi di una società e un’economia sì inclusive ma per le opportunità che offrono e non per le scappatoie che garantiscono. Quindi, quali sono le grandi questioni del pensiero neo-riformista? La prima potrebbe riguardare la necessità imprescindibile di continuare il lavoro attorno alla nozione stessa di uguaglianza in un clima di crescente diversità e diversificazione della società.
Seconda questione è quella riguardante l’obbligo morale di proseguire lo studio della povertà e dell’ineguaglianza nelle loro dinamiche, ovvero nel corso delle varie stagioni e fasi della vita, per ricalibrare le politiche economiche e sociali chiamate a fornire risposte operative.
Terzo, sviluppare ricette partendo dal presupposto che giustizia sociale e prosperità economica sono attivamente e strettamente correlate: ovvero, l’aspirazione alla creazione di un livello sempre maggiore di eguaglianza sociale non può mai essere sganciata dall’agenda politica dello sviluppo occupazionale. Quali risposte, quindi? In primo luogo sottolineare l’importanza dell’implementazione delle cosiddette “policies of second chances”, ovvero interventi che vadano a sanare situazioni di disagio che si vengano a creare in spazi temporali più o meno ristretti di transizione all’interno di un più ampio lasso di sviluppo e investimento politico ed economico, anche attraverso rimodulazioni delle politiche economiche e sociali.
Ma è davvero così? E, soprattutto, ricette di questo genere – se politicamente condivise – possono avere un’attuazione pratica in un paese a bassa mobilità sociale e a forte incidenza corporativa e di rendita come l’Italia? L’abbiamo chiesto, dando vita ad un ideale botta e risposta a distanza, a due autorevoli esponenti del riformismo italiano: Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà e Nicola Rossi, deputato Ds ed economista di riferimento di Massimo D’Alema. A entrambi abbiamo posto le medesime tre domande (vedi box a pagina 10): ecco le loro risposte, a partire da quelle di Giorgio Vittadini.

LE DOMANDE DI TEMPI
1) Alan Milburn, responsabile della campagna elettorale del Labour, ha così sintetizzato nel suo discorso di fronte alla Fabian Society del 15 gennaio scorso le linee guida della nuova politica riformista per il terzo mandato del partito laburista: «Nel nostro terzo mandato noi vogliamo creare una Gran Bretagna che sia economicamente avanzata perché socialmente mobile. Con quali contenuti? Un’apertura senza precedenti del ventaglio di opportunità per tutti coloro intendano coglierle divenendo soggetti attivi di una condivisione di benessere in un clima di crescente prosperità. Per fare questo non bisogna solo battere la povertà, ma liberare le aspirazioni. C’è un soffitto di vetro fatto di opportunità in questo paese. Fino ad oggi abbiamo lavorato per raggiungerlo, toccarlo. Con il terzo mandato dobbiamo romperlo». Ritiene che sia questa la ricetta da adottare? E se sì, quali prospettive in tal senso esistono in Italia?
2) A dispetto del grande vanto che di esse esprime il Labour, il Policy Network ha invitato il governo Blair a riconsiderare le targeted policies, come il programma Sure Start per i neo-genitori, e la stessa idea di utilizzo dei tax credits, i crediti d’imposta: per il think tank, infatti, sempre più spesso la lezione che ci giunge da varie esperienze internazionali è quella in base alla quale le politiche di trasferimento monetario portano a un incremento dell’ineguaglianza e alla creazione di una trappola di povertà per le fasce di popolazione a più basso reddito, in particolare, per gli immigrati. Stando a dati resi noti dall’altro think-tank laburista Institute for Public Policy Research (Ippr), il gap tra ricchi e poveri nel Regno Unito è continuato a crescere da quando il Labour è al governo. Il 10% delle popolazione più benestante della nazione, infatti, si vede garantito il 54% della ricchezza nazionale a fronte del 47 del 1994 e la piaga della povertà infantile continua a vedere il 23% dei bambini britannici vivere in famiglie che guadagnano il 60% della media salariale europea, contro il 5% della Danimarca, il 10 della Svezia e il 14 della Germania. Inoltre, sempre stando al report dell’Ippr, la classe sociale e l’appartenenza etnica continuano a influenzare in maniera determinante le chances e le aspettative di vita. Cosa pensa al riguardo di questi appunti?
3) Necessità imprescindibile di continuare il lavoro attorno alla nozione stessa di uguaglianza in un clima di crescente diversità e diversificazione della società. Obbligo morale di proseguire lo studio della povertà e dell’ineguaglianza nelle loro dinamiche, ovvero nel corso delle varie stagioni e fasi della vita, per ricalibrare le politiche economiche e sociali chiamate a fornire risposte operative. Sviluppo di ricette operative partendo dal presupposto che giustizia sociale e prosperità economica sono attivamente e strettamente correlate: ovvero, l’aspirazione alla creazione di un livello sempre maggiore di eguaglianza sociale non può mai essere sganciata dall’agenda politica dello sviluppo occupazionale. Insomma, «proteggere, preparare, rendere autonomi i soggetti di una società e di un’economia sì inclusive ma per il ventaglio di opportunità che offrono e non per le scappatoie che garantiscono». è d’accordo? Sono queste le linee-guida del riformismo per il ventunesimo secolo?

LE RISPOSTE DI VITTADINI
«è interessante l’espressione “liberare le aspirazioni”. Ma chi è in grado di liberare le aspirazioni dell’uomo se mai è in grado di identificarle? è importante che una spinta riformista poggi su una riflessione antropologica o su una concezione dell’uomo non ridotta. E al di là dei proclami mi sembra questo il limite del partito laburista inglese. Lo si vede chiaramente ad esempio nelle posizioni sul diritto alla vita e sulla fecondazione assistita. È importante aver chiaro invece che è il desiderio di verità, di giustizia, di bellezza, ad avere riflessi non solo sulla vita personale e familiare, ma anche sulla vita economica e sociale. In un contesto di economia del benessere il premio Nobel Arrow sostiene che “l’ordinamento rilevante per il raggiungimento di un massimo sociale è quello basato sui valori, che rispecchiano tutti i desideri degli individui, compresi gli importanti desideri socializzati”. E il desiderio non si programma, né si sviluppa con la politica; si può solo educare a partire dalla propria esperienza e si può valorizzare come motore di cambiamento e sviluppo.
Per quanto riguarda la seconda domanda, è vero. Le politiche di trasferimento monetario sono assolutamente inadeguate per vincere la povertà nel lungo periodo. Perpetuano la povertà, tanto è vero che dopo un certo periodo si riproduce la stessa situazione di disuguaglianza. è dimostrato che l’unica vera politica redistributiva nel lungo periodo è l’investimento in istruzione. L’istruzione non solo aiuta a spiegare le differenze di guadagno nel tempo o tra aree geografiche, ma essa è forse la variabile che giustifica la distribuzione dei redditi tra famiglie o individui, all’interno di una zona geografica. Tali considerazioni consegnano alle maggiori autorità di politica economica un potentissimo mezzo per ridurre nel lungo periodo le disuguaglianze tra ricchi e poveri. Ma non basta. Se non si stimola una concorrenza virtuosa tra scuole di diverso tipo, il livello qualitativo e anche la possibilità del sistema scolastico di favorire la crescita sociale dei poveri e meritevoli si abbassano. Più il sistema scolastico è appiattito e centralistico, più questa capacità diminuisce: da questo punto di vista i voucher e la libera scelta sono uno stimolo per questa concorrenza virtuosa e quindi per un riequilibrio sociale attraverso l’istruzione.
Per quanto riguarda il terzo quesito penso che la politica non possa rendere autonomi i soggetti, neanche con l’istruzione. Solo il desiderio dell’uomo, un ideale vissuto, movimenti idealmente mossi possano spingere a un protagonismo sociale che fa opere e si batte contro l’ingiustizia. Questo è il motore che ha reso miriadi di persone protagoniste della creatività sociale, dello sviluppo, del progresso, anche materiale, nel mondo occidentale. Ospedali, opere sociali, scuole, università, realtà di formazione professionale, banche popolari, casse di risparmio, casse rurali, mutue, anche tante piccole e medie imprese nascono da questa capacità creativa e ideale. Sono opere, realtà che, a differenza di altre, hanno la caratteristica di essere tese a non dimenticare nulla dell’umano».

LE RISPOSTE DI ROSSI
Altrettanto chiare appaiono le posizioni rispetto ai nostri tre quesiti “riformisti” di Nicola Rossi, secondo il quale – per quanto riguarda il primo interrogativo – «il tema della mobilità sociale dovrebbe essere un obiettivo primario di ogni forza di ispirazione socialdemocratica. Tanto più in Italia e cioè in un paese tendenzialmente immobile sotto il profilo sociale. Come è noto, l’aneddotica ci ha da tempo consegnato l’immagine di una società in cui i figli degli imprenditori fanno gli imprenditori (non sempre con lo stesso successo, peraltro), i figli dei professionisti seguono le orme dei padri e, naturalmente, i figli degli operai tendono a conservare la posizione sociale dei padri. Questa è l’Italia: un paese in cui è difficile muoversi, crescere, cambiare e lo è ancora di più dopo questi ultimi tre anni che sono stati spesso segnati da provvedimenti tesi a rafforzare piuttosto che a minare le corporazioni e le caste. Lo spazio, dunque, ci sarebbe per una sinistra che volesse fare una battaglia culturale e politica in questa direzione. Una battaglia che, fino ad ora, ha affrontato fin troppo timidamente. Con modi esitanti e senza la convinzione che dovrebbe animare battaglie di questa portata».
«Per quanto riguarda la seconda domanda – dice l’onorevole Rossi a Tempi – il tema non mi sembra essere quello dei limiti delle politiche selettive, che peraltro esistono e sono non pochi. Quanto quello della scelta fra trasferimenti monetari e sostegno attraverso la fornitura di servizi. Sotto questo profilo mi sembra una riflessione utile ed importante da cui trarre non pochi insegnamenti anche per il caso italiano. Del resto si moltiplicano le analisi che suggeriscono come la maniera migliore di combattere le disuguaglianze sia quella di prevenirne la formazione attraverso la formazione in età prescolare o attraverso, per esempio, un doposcuola che non sia un parcheggio».
«Sulle affermazioni contenute nel terzo quesito, concordo. Il primo obiettivo di una forza di sinistra dovrebbe essere proprio quello di ridistribuire le opportunità esistenti e crearne di nuove. Aprire la società, dunque, e non chiuderla. Facilitarne il movimento interno. Il che non esclude che si possa e si debba anche evitare che ci sia qualcuno che rimane indietro. Ma tendere la mano a chi rimane indietro non può e non deve implicare che con ciò si pongano le condizioni per cui chi oggi è rimasto indietro si ritrovi indietro anche domani». E se provassimo, a destra e a sinistra, a metterle anche in pratica queste parole di saggezza?

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