Teresa di Lisieux e quella forza antica che ha trasformato la folla di Aversa in un popolo
Aversa. In una notte fredda di vento, gli Appennini lungo l’autostrada già bianchi di neve, le reliquie di Teresa di Lisieux, pellegrine in Italia, arrivano in una chiesa della città. In fondo a un viale tra magazzini e palazzi di cemento sgraziati tremano le luci delle fiaccole dei fedeli. Sono lì in mille ad aspettare, rabbrividendo all’aria che taglia, in questa sera che già sa di Natale. La folla stringe l’auto di Teresa, indovini una gara fra gli uomini per reggere l’urna – per l’onore di portare la santa. La processione s’incammina tra le case nuove e già sbrecciate, fra i caseifici e le ricevitorie del lotto. La gente dalle finestre s’affaccia, applaude. Si recita il Salve Regina in latino: ne sanno ancora le parole le donne, trasmesse dalle madri, dalle nonne.
Folla composta, processione quieta che attira fuori dai locali gli avventori, e i ragazzi dei branchi seduti sui muretti a finire una annoiata domenica. Tacciono, si voltano, restano a guardare.
In chiesa, una candida chiesa tutta nuova, la gente entra zitta, gli occhi fissi all’urna già posta sotto all’altare. Un carmelitano racconta la storia di Teresa, monaca a 15 anni, morta a 24 appena. Le vecchie guardano l’immagine di lei, ragazza, ancora in abiti borghesi, e maternamente si incantano: «Com’era bella!».
Ti avvicini all’altare per guardare da quella prospettiva le facce della gente di Aversa venuta a venerare Teresa di Lisieux, fanciulla e Dottore della Chiesa. Una donna con i capelli grigi e l’aria stanca ascolta con un’attenzione infantile, la bocca leggermente aperta di meraviglia. Il giovane capobranco che si affaccia col suo seguito al portone ha un giubbotto di pelle nera finta tutta a borchie, e i capelli a zazzera dritti in testa – giovane disperato guerriero. I compagni, da dietro, lo spiano: il capo pare dover decidere quale atteggiamento assumere di fronte all’inaspettato evento della domenica. Lui guarda, considera la moltitudine di donne attorno che potrebbero essergli madri o nonne. Allora si fa un segno della croce, gli altri come per pura imitazione si segnano anch’essi, ed escono zitti.
Un codice è passato, muto segnale fra generazioni: davanti a un santo, si prega e si tace. Alla radice di questa folla di Aversa come una forza antica, opaca, una resistenza inconscia e passiva agli imperativi della tv, degli ipermercati, dei soldi che fuori da questa porta ci governano. Dei resistenti: guardano Maria De Filippi la sera, ma le donne sanno ancora pregare in latino, e i figli, anche quelli con la faccia da bulli, di qualcosa hanno ancora memoria. Un popolo, ancora.
E negli occhi, nelle mani timidamente allungate a toccare l’urna, a guardare quelle facce dall’altare è trasparente una domanda. Di cosa? Di un lavoro, per un figlio, che la smetta, e torni a studiare? E cosa chiederà quel padre con un ragazzo Down più grosso di lui che fatica a tenere seduto quieto sulle panche della chiesa? Lo conduce alle reliquie di Teresa, quello le fissa coi suoi occhi attoniti di bambino. Il padre gli prende la mano destra, la accompagna nel segno della croce. Poi se ne vanno, il figlio per mano al padre, soli nell’aria buia e tagliente di novembre.
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