Terrasanta, o della profondità della lotta fra gli uomini
Sono trascorsi quasi vent’anni da quel settembre 1986 in cui don Luigi Giussani ci guidò in pellegrinaggio in Terra Santa. Per il caro, carissimo ‘maestro’ e ‘autore’ nostro, scomparso il 22 febbraio 2005, fu quello il suo primo e unico viaggio nella terra di Gesù. In questo seconda edizione (la prima risale al 1994) non abbiamo modificato nulla del testo originario. Che non è un reportage giornalistico, ma il resoconto di un’esperienza la cui attualità – e che attualità – sta tutta nella figura e nella lezione che l’uomo Giussani ha dato agli amici uomini, ponendosi lui, da uomo, prima che da sacerdote, davanti allo sconvolgente annuncio di Cristo. Colui che – unico problema serio di tutta la storia, come diceva Kierkegaard – si è detto il Messia, il Figlio di Dio.
In questo senso il lettore guarderà con benevolenza anche quegli appunti di viaggio e di cronaca che sono datati e che, come gli accordi di Oslo, il processo di pace di Madrid, la stretta di mano tra Rabin e Arafat, sembrano riguardare il pleistocene di quel ‘nervo scoperto’ del mondo che si chiama – mi pare quasi impossibile non considerarla un’endiade – Israele e Palestina. In effetti, per quanto riguarda la cronaca, dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York, tutti sappiamo come sono andate e come vanno le cose in Terra Santa. Dal primo anno del secondo millennio Israele ha subito un’escalation terroristica senza precedenti (impropriamente chiamata ‘seconda intifada’), mentre il popolo palestinese ha sopportato le dure ritorsioni dell’esercito israeliano e le umiliazioni di un fondamentalismo islamico che ha sfigurato il giusto diritto dei palestinesi ad avere una patria. Così, nonostante la luminosa testimonianza di uomini che da aspri combattenti si sono resi protagonisti di imprevedibili ma reali fatti di pace (è il caso, grande e misterioso, di Ariel Sharon), in Terra Santa e in tutto il mondo, come ha detto nel suo messaggio di inizio anno 2006 papa Benedetto XVI, la pace continua a essere minacciata dalla menzogna di un nichilismo e di un fondamentalismo fanatico che «pur essendo manifestazioni che si inscrivono in contesti culturali diversi, si trovano accomunati da un pericoloso disprezzo per l’uomo e per la sua vita e, in ultima analisi, per Dio stesso». «Infatti», proseguiva il papa nel suo messaggio ‘Nella verità, la pace’, «alla base di tale comune tragico esito sta, in definitiva, lo stravolgimento della piena verità di Dio: il nichilismo ne nega l’esistenza e la provvidente presenza nella storia; il fondamentalismo ne sfigura il volto amorevole e misericordioso, sostituendo a Lui idoli fatti a propria immagine». E ancora. Sembrava impensabile che oggi, nell’anno 2006, quasi un secolo dopo l’Olocausto degli ebrei e la nascita dello Stato di Israele, la barbarie dell’antisemitismo potesse tornare a minacciare l’esistenza di Israele e la vita del suo popolo. Eppure è di drammatica attualità la notizia che il consesso delle Nazioni è di nuovo chiamato ad agire per difendere il diritto di Israele a esistere e per isolare i sostenitori di una cultura di morte che procura la rovina di se stessi e di chi la sostiene.
«Nella storia la guerra precede la pace; per evitare la guerra occorre la pace» scrisse una volta don Giussani riprendendo un’osservazione di Giovanni Paolo II. Sembra un’ovvietà. E invece non lo è. Perché nessuno ricorda mai che all’origine di tutti i disastri «è quella ribellione alla verità per cui è avvenuto il peccato originale e per cui esso opera i suoi effetti nell’uomo, nell’umanità di tutti i tempi». E perché sono rari, dileggiati e perseguitati, i veri uomini di pace. Cioè quelle persone consapevoli fino alle conseguenze richieste da tale consapevolezza, che il problema sempre di attualità – specie all’epoca di noi, moderni – è che esista, attecchisca e cresca nel mondo «un’educazione pari alla grandezza e alla profondità della lotta fra gli uomini».
Luigi Amicone
19 gennaio 2006
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