Terroristi? No, dame di carità.
Nel 1983 hanno fatto saltare per aria con due attentati suicidi – i primi nella storia moderna del Medio Oriente – le caserme della forza multinazionale a Beirut uccidendo 243 marines e 58 soldati francesi; nel 1985 hanno dirottato un aereo e ucciso un passeggero americano; nel 1994-95 hanno fatto esplodere, secondo tutti i principali servizi segreti, l’ambasciata israeliana ed il Centro culturale ebraico a Buenos Aires, provocando prima 38 e poi 95 morti; continuano a sparare razzi contro le postazioni israeliane anche dopo il ritiro di Tel Aviv dal Libano meridionale; forniscono armi temibili, compresi missili che possono essere armati con testate chimiche, ai combattenti palestinesi nel mentre che infiltrano i loro vari gruppi per essere certi di approdare al risultato finale di una Palestina islamizzata e filo-iraniana; collaborano con vari gruppi della “resistenza” irakena e con Al Qaeda e hanno fornito uomini per attentati anti-americani in Irak; si finanziano coi “diamanti di sangue” delle guerre africane, col contrabbando e col riciclaggio di denaro sporco in America latina e taglieggiando i commercianti libanesi in giro per il mondo; la loro tivù invita quotidianamente ad attaccare Usa e Israele; il loro leader politico, Hassan Nasrallah, ha affermato (marzo 2003): «“Morte all’America” era, è e resterà il nostro slogan». Ma per Jacques Chirac no, non si tratta di terroristi. Per il presidente francese i militanti di Hezbollah, “il Partito di Dio”, appartengono ad un’organizzazione che è «un’importante componente della società libanese, impegnata in attività sociali e caritatevoli».
Hezbollah escluso dalla lista europea delle organizzazioni terroriste
E non si tratta di una presa di posizione opportunistica, dettata dalla necessità contingente di attivare canali per la liberazione dei due giornalisti francesi rapiti da guerriglieri irakeni. No: queste cose Chirac le pensa e le dice da anni. Come quando nel marzo 2000 tirò pubblicamente le orecchie al primo ministro Lionel Jospin, preso a sassate dagli studenti palestinesi per aver condannato un raid anti-israeliano di Hezbollah (Chirac criticò l’avventata dichiarazione di Jospin, non l’aggressione palestinese contro di lui); come quando nel luglio 2002 gelò il ministro degli Esteri israeliano Peres in visita a Parigi confermando il suo “niet” all’inserimento di Hezbollah nella lista europea delle organizzazioni terroriste. E infatti a tutt’oggi Hezbollah non rientra nella lista proprio per il veto francese. Mentre gli è stato fatto l’onore di un invito, da parte dello stesso Chirac, al summit dei paesi francofoni nell’ottobre 2002, allorché il vertice si teneva a Beirut. Cosa guadagna Parigi da questa linea morbida nei confronti dell’organizzazione estremista sciita creata in territorio libanese nel 1982 dal regime degli ayatollah iraniani, col permesso della Siria, per combattere Israele? Non si è capito ancora bene, visto che finora ha collezionato soprattutto rampogne e minacce da parte dei leader di Hezbollah. Nel dicembre scorso il leader religioso dell’organizzazione, Mohammed Hussein Fadlallah, ha inviato una lettera a Chirac per scongiurare l’imminente adozione della “legge sul velo”. La lettera esordisce evocando «la convergenza delle nostre posizioni e dei nostri interessi malgrado divergenze su alcuni punti», ma dopo aver analizzato e smontato le ragioni che inducono lo Stato francese a vietare il foulard islamico nelle scuole conclude che «il divieto di portare il velo rappresenta un’alienazione della libertà di musulmani che non hanno infranto alcuna legge francese». Segue la velata minaccia: «D’altra parte lo Stato francese è presente in tutto il mondo musulmano. Questa legge, nel caso che sia approvata, creerà numerose complicazioni per la Francia nei paesi musulmani, e di queste complicazioni approfitterà un altro Stato…». Una situazione simile si è ripetuta dopo la presentazione e l’approvazione di misura da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di una risoluzione congiunta franco-americana (una vera rarità!) che chiede il ritiro delle truppe siriane (15 mila uomini) dal Libano e lo scioglimento di tutte le milizie non libanesi (i gruppi palestinesi armati in Libano, ma anche gli elementi iraniani di Hezbollah, che sono 200-300) il 5 settembre scorso. Pochi giorni dopo lo sceicco Nasrallah ha rigettato i contenuti della risoluzione e a proposito della posizione francese si è espresso nei seguenti termini: «Ci siamo sempre rapportati con la Francia in un altro modo, ma oggi, lo dico con dispiacere, consiglio alla Francia, se vuole mantenere rapporti amichevoli e conservare l’amicizia degli arabi e dei musulmani, di non ripetere più errori del genere».
Al Manar, tivu’ hezbollah, sotto accusa in Francia
A rendere precaria l’amicizia fra Parigi e i barbuti libanesi filo-iraniani è anche una querelle che riguarda Al Manar, la tivù degli Hezbollah. Uno dei risultati della partecipazione di Nasrallah al summit francofono del 2002 fu proprio il permesso per Al Manar di trasmettere in Francia. Ora però le sue trasmissioni sono minacciate di oscuramento a partire dal 30 novembre se non concluderà una nuova e più dettagliata convenzione col Consiglio superiore dell’audiovisuale (Csa) francese. Motivo del giro di vite: l’emissione della serie di produzione siriana “Al Chatat” (“Diaspora”), molte puntate della quale sono state considerate di contenuto antisemita per il loro continuo riferimento ai contenuti dei Protocolli dei savi di Sion. L’accusa appare un po’ patetica, quando si consideri che tantissime trasmissioni di Al Manar presentano contenuti inquietanti. L’8 aprile è apparso in video il numero due dei Fratelli Musulmani per dire, a proposito dei palestinesi, che «una nazione che non eccelle nell’industria della morte non merita di vivere». Il 23 marzo una bambina di 10 anni ha recitato una poesia che diceva: «O musulmani, la Palestina vi chiama; rispondete all’appello di Gerusalemme, suonate i tamburi del jihad». Il 5 luglio il direttore del settimanale egiziano Al-Arabi ha definito gli Stati Uniti «un crimine permanente» e «la peste». Si potrebbe andare avanti all’infinito. Sarà curioso seguire la vicenda della nuova convenzione fra Al Manar e il Csa francese. In realtà l’insistenza con cui gli Usa ed Israele sollevano la questione della natura terroristica di Hezbollah è una conseguenza della crescente influenza dell’organizzazione iraniano-libanese nel panorama palestinese. La “missione palestinese” di Hezbollah è cominciata otto anni fa, basata soprattutto sulla fornitura di armi, addestramento e denaro a combattenti palestinesi, ma quattro anni fa, con lo scoppio della seconda Intifada, è sfociata in qualcosa di molto diverso: la creazione di un movimento politico e di un’organizzazione militare palestinesi infeudati a Hezbollah e all’Iran, in vista della lotta per impadronirsi della leadership palestinese quando per un motivo o per l’altro Arafat uscirà dalla scena. I palestinesi al servizio di Hezbollah sono ormai centinaia sia nella striscia di Gaza che nella West Bank, e comprendono anche alti dirigenti di Fatah (il partito di Arafat) insediati in Giordania. Anche fra gli arabi israeliani sono presenti cellule dormienti. Il network che li riunisce tutti è noto col nome Kata’ib al-Awda, le “Brigate del ritorno”. Hezbollah e i suoi manovratori iraniani (l’organizzazione continua a ricevere 60-100 milioni di dollari all’anno da Tehran) e siriani hanno deciso l’opzione interventista per essere certi di poter sempre far saltare il processo di pace, anche nel caso che i principali gruppi palestinesi decidessero di rispettare un armistizio concluso con Israele.
Missili iraniano-siriani sulla rampa di lancio
Ma il fattore che preoccupa di più gli israeliani è il programma con cui gli Hezbollah stanno cercando di trasferire nella West Bank e a Gaza i loro nuovi razzi di produzione iraniana che hanno una gittata di 115 e 215 km e a cui potrebbero essere applicate testate chimiche di concezione siriana. Secondo il settimanale tedesco Die Welt queste testate sono già state sperimentate nel Darfur dall’esercito sudanese contro i ribelli. Nei prossimi mesi, insomma, la Knesset potrebbe essere bombardata con missili a testata chimica lanciati da territori palestinesi. Con tutto quello che seguirebbe. Grazie a Hezbollah, l’organizzazione caritativa che sta a cuore a Jacques Chirac.
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