Tessile senza rete
«Il made in Italy resisterà». Sentiamo spesso pronunciare questa frase soprattutto quando ascoltiamo esternazioni legate al settore moda. Discuterne seriamente vuol dire parlare dell’industria che sta alla base di questo importante (anche sotto il profilo dell’immagine) settore: l’industria tessile in Italia. Qual è il suo stato di salute? Nel nostro paese i dati che emergono ci raccontano di una seria crisi che stenta a trovare una soluzione. Nel decennio 1991-2001, tra le imprese industriali e artigiane, il numero degli addetti è calato del 24,6% (circa 250mila posti di lavoro persi). Nello specifico il dettaglio territoriale ci narra di un grosso pegno pagato proprio dalle regioni del nord (Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia). I dati relativi al periodo 2001-2003, poi, dimostrano come questo segmento dell’industria abbia perso costantemente occupati rispetto a quasi tutti gli altri settori del manifatturiero. Si stima che nel 2003 il fatturato e produzione siano arretrate del 5,7% e 2,5%; nell’abbigliamento in un rapporto capovolto il fatturato scende del 2% e la produzione del 7,5%; nelle calzature di nuovo una perdita in cui il fatturato diminuisce dell’8,5% e la produzione del 4,5%.
Le principali ragioni di questa crisi si possono sinteticamente individuare in tre punti: 1) l’incertezza dei consumatori; 2) il cambio sfavorevole; 3) l’invasione del made in China. Proprio quest’ultimo punto è quello che desta più preoccupazione. È utile ricordare, tra l’altro, che ci troviamo alla vigilia di un importante cambiamento nel contesto del commercio dei prodotti tessili e dell’abbigliamento: il primo gennaio 2005 sparirà l’accordo sui tessili e l’abbigliamento erede dell’accordo multifibre. In poche parole Stati Uniti ed Europa rimuoveranno le quote sull’importazione di prodotti tessili e dell’abbigliamento, istituite dall’accordo recepito dall’Organizzazione mondiale per il commercio (Omc, più nota come Wto) nel 1995. Questa liberalizzazione aprirà, di fatto, la strada allo strapotere della Cina in questo settore. Quello che fu il paese di Mao Zedong può contare su di una buona rete di infrastrutture, macchinari moderni e soprattutto un bassissimo costo del lavoro. Un lavoratore cinese del settore tessile abbigliamento guadagna oggi, in media, poco meno di 59 euro al mese.
Un settore sotto pressione
La situazione in Lombardia è fra le più esemplificative. Storiche unità produttive del Comasco, del Varesotto e della Bergamasca si ritrovano oggi in una condizione oggettivamente preoccupante. Numerose aziende sono costrette alla cassa integrazione straordinaria, altre hanno ormai completato quella ordinaria e necessitano di ulteriori ammortizzatori sociali. Alcune hanno proprio chiuso i battenti. Il problema è che, in questi ultimi anni, anche sotto-settori come la filatura e la tessitura che, sino ad ora, avevano retto l’urto, iniziano a subire lo scotto derivante dalla crescente importazione dei prodotti di base. La realtà ci dice che se cedono le lavorazioni a monte, è tutta la filiera che rischia di franare. Come reagire di fronte a questa situazione? Quali vie imboccare? Come combattere la concorrenza dei paesi in via di sviluppo?
Siamo andati ad ascoltare chi ha speso un’intera vita all’interno di questo mondo. Figlio di imprenditori e imprenditore egli stesso, Luigi Parravicini, 58 anni, è socio di un’azienda sita sul territorio dell’alto Varesotto da più di 35 anni (Torcitura Valdumentina s.p.a.) e di un’altra società ubicata a Prato, luogo di eccellenza per la produzione di filati.
Trentacinque anni vissuti da imprenditore le permettono di tracciare un bilancio davvero privilegiato. Come giudica l’attuale situazione del settore?
Ci sentiamo soli al cospetto del mondo. La crisi internazionale dei mercati non consente di fare previsioni sull’immediato futuro. Nell’ambiente si continua a ripetere che il mercato si sta sbloccando, in verità continuiamo a procedere a tentoni, mese per mese. L’ingresso nella moneta unica ci aveva fornito una grande speranza che ora si sta rilevando alquanto ambigua. Le esportazioni sono rallentate in maniera considerevole, ma quanto più preoccupa è la stagnazione che fa seguito a questa situazione. È necessaria un’iniezione di fiducia che consenta, anche psicologicamente, di uscire da questo stallo.
Gli osservatori esterni rimproverano alle aziende l’incapacità di innovarsi. Dicono: «Bisogna reagire al cambiamento». Le sue aziende si sono distinte per rinnovamento tecnologico (magazzini automatizzati e controllo del prodotto attraverso innovativi procedimenti con telecamere). Lei ritiene che questo sforzo finanziario sia stato efficace. Insomma, spendere ha pagato?
Investire è sempre efficace. Per potersi garantire un futuro è necessario fornire un prodotto che abbia nella qualità il suo punto d’eccellenza. È necessario stare al passo con i tempi e quindi investire in tecnologia e innovazione. Siamo in una nuova fase dello sviluppo industriale e a noi imprenditori è richiesta la capacità di puntare in alto. Per poter competere è indispensabile strutturare “la fabbrica” con intelligenza. Controllo del prodotto e sicurezza sul posto di lavoro sono due assunti dai quali non si può prescindere.
La concorrenza della Cina e di tutti i paesi dell’Est non si può combattere sul fronte del costo del lavoro: come comportarsi, allora? Se lei avesse la possibilità di dialogare con i nostri politici quali soluzioni proporrebbe al fine di agevolare l’uscita da questa impasse?
La politica in Italia si è sempre interessata poco al tessile. È considerato un settore in declino e non ricordo, a memoria d’uomo, provvedimenti in merito. In questi anni molti imprenditori hanno lasciato il nostro paese, cercando fortuna nelle nazioni in via di sviluppo, ora è necessario chiedersi se bloccare questa emorragia è una volontà o semplicemente un’invocazione. Tamponare la delocalizzazione vuole dire intervenire concretamente nei confronti di chi rimane. Qui non si tratta di aprire una nuova fase espansiva, bensì di consentire alle aziende rimaste di non andarsene. Non siamo qui a chiedere il protezionismo, ma basterebbe guardare agli Stati Uniti per comprendere che è possibile difendere e garantire le proprie aziende.
C’è poi la questione legata al fisco che è diventata oramai una necessità assoluta, mettere mano alla tassazione è un imperativo che lo Stato si deve assumere. La stessa cosa vale per i costi legati all’energia elettrica: non tutti sanno, infatti, che mediamente paghiamo il 50% in più di tutti gli altri paesi dell’Unione Europea.
Uscendo dallo specifico, bisognerebbe anche riflettere sull’efficacia della lotta all’evasione. L’emersione del sommerso non è solo una questione etica, ma una concreta necessità per tutto il tessuto produttivo sano.
In questi anni le aziende hanno potuto beneficiare prima della legge Treu ed ora della legge 30. In pratica molta flessibilità. È questo quello che serve alle aziende, perlomeno in questo settore?
Sì, queste leggi in linea teorica permettono alle aziende di organizzare la manodopera secondo le necessità di periodo. Visto che è sempre necessaria la doppia contrattazione aziendale, con la Rsu presente nell’unità produttiva, è vero anche che non sempre si riesce ad applicarla come servirebbe. In linea di massima, comunque, questi provvedimenti sono da salutare con favore.
I sindacati di categoria stanno puntando molto sulla carta d’identità obbligatoria dei prodotti, dei loro percorsi produttivi, della reale qualità legata all’origine. Secondo lei è una soluzione o un palliativo?
La tracciabilità del prodotto è una rivendicazione sacrosanta che va sostenuta senza riserve. È giusto che quando il consumatore si trova al cospetto di un prodotto sappia che cosa sta acquistando. È inutile pavoneggiarsi con il made in Italy quando questo rappresenta solo il logo finale.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!