A testa bassa
Ogni martedì e mercoledì decine di profughi iracheni si presentano alla porta del vescovado caldeo di Beirut ad Hazmieh per ricevere il pacco alimentare che li aiuta a tirare avanti in questi tempi difficili. Soli o accompagnati dai loro bambini, raccontano volentieri a chi li vuole stare a sentire le loro disavventure, tutte simili e tutte diverse. Fra loro ci sono anche dei musulmani, ma la netta maggioranza è rappresentata da cristiani. Man mano che i racconti si accumulano, l’astratta espressione “persecuzione dei cristiani” assume la densità dei nomi, dei volti e delle storie di questi uomini e di queste donne.
«Mi chiamo Hanna Shamul e sono arrivata in Libano il 13 maggio 2006 con mio marito e i nostri tre figli, che hanno 18, 16 e 11 anni. Abitavamo a Bet Aiun e siamo stati minacciati perché vendevamo liquori. Prima abbiamo trovato un volantino con su scritto: “O ve ne andate, o rapiremo i vostri figli”. Il 18 e il 20 aprile ci sono arrivate due lettere anonime piene di minacce di morte e di imminente rapimento dei nostri figli se non ce ne fossimo andati. Prima di allora vivevamo bene, ma siamo stati costretti a lasciare l’Iraq. Quando siamo entrati in Libano, dopo aver attraversato la Siria, ci hanno arrestati per ingresso clandestino nel paese. Abbiamo trascorso tre settimane in prigione, poi grazie all’intervento della Chiesa caldea, che ha fatto in modo che l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati si interessasse al nostro caso, siamo stati rilasciati. Le persone che ci hanno aiutato ad attraversare il confine non le abbiamo pagate, ma abbiamo speso 400 dollari per l’avvocato che ci difende nel procedimento contro di noi. Adesso viviamo grazie al lavoro dei nostri figli: il maschio lavora in una fabbrica di birra, le due femmine in una ditta di pulizie. Mio marito, che ha 55 anni, non trova nessun lavoro. I ragazzi avevano già smesso di andare a scuola quando stavamo in Iraq, perché rischiavano di essere rapiti. La femmina, che è ancora una bambina, vorrebbe tornare a scuola e io spero di potercela mandare l’anno prossimo. È difficile che torniamo in Iraq: laggiù non
c’ è più speranza per noi».
«Mi chiamo Samira Kriakos Jebbo e sono qui in Libano dal 23 maggio 2005 insieme a mio marito e i nostri sei figli. Altri due miei figli sposati sono venuti in Libano prima di noi con le loro famiglie. Siamo nativi di Mosul, ma abitavamo a Bassora e avevamo un negozio di bevande alcoliche. Il 22 dicembre 2004 mio figlio Rami, allora 22enne, è stato rapito davanti a casa. Ce lo hanno restituito 5 giorni dopo, abbandonato nudo a 5 chilometri da casa, dopo che avevamo pagato il riscatto richiesto. Era il primo avvertimento per farci smettere di vendere alcolici. Nel gennaio seguente i nostri magazzini sono stati dati alle fiamme e distrutti, e abbiamo dovuto usare le stanze di casa per proteggere la merce. Ma all’inizio di febbraio 2005 militanti di Moqtada Sadr sono entrati in casa nostra insieme ad agenti della polizia e hanno portato via tutte le casse di bottiglie che hanno trovato. Allora abbiamo venduto tutto quello che avevamo e ci siamo trasferiti nel nord del paese. Da lì abbiamo deciso di emigrare in Libano, dove si erano già trasferiti i miei due figli sposati, che erano stati minacciati perché lavoravano per ditte americane e britanniche a Bassora. Siamo entrati clandestinamente dal nord, presso la città di Tripoli, dopo una marcia notturna di 4 ore. Abbiamo speso ben 1.200 dollari per attraversare la frontiera, dovendone pagare 150 a testa. Adesso paghiamo 200 dollari al mese di affitto in una piccola casa nel quartiere siriaco di Beirut; per fortuna 4 dei figli lavorano, in nero, e portano a casa 500 dollari al mese. La Società di beneficienza caldea e la Chiesa ci aiutano e qui riceviamo questi pacchi alimentari. Se la situazione migliorasse torneremmo volentieri in Iraq, ma se ci propongono il trasferimento definitivo in un paese straniero partiamo subito. Qui non abbiamo nessuna protezione legale, nessun permesso di soggiorno, tranne Rami che è stato riconosciuto dall’agenzia dell’Onu come un rifugiato».
Eucarestia profanata
«Mi chiamo Raina Mikha e chiedo scusa se parlo piangendo. Sono in Libano da pochi mesi insieme a 6 persone della mia famiglia. Ero molto attiva nella parrocchia di S. Giovanni nel quartiere di Dora a Baghdad. Visitavo i malati, preparavo le liturgie domenicali e organizzavo i preparativi per le feste parrocchiali. Le cose si sono messe male per noi a partire dal luglio dello scorso anno. I terroristi sono entrati in chiesa due volte in pochi giorni, armati e mascherati. La prima volta si sono limitati a intimidirci e a ordinarci di pregare a bassa voce per non farci sentire da fuori. La seconda volta sono saliti all’altare, hanno aperto il tabernacolo e hanno gettato per terra le ostie consacrate. Anche i soldati americani hanno interrotto due volte la Messa entrando in chiesa alla ricerca di terroristi. In seguito la segretaria della parrocchia è stata rapita ed è stato richiesto un riscatto altissimo per la sua liberazione. Durante la sua prigionia, che è durata due mesi, è stata torturata e costretta a fare i nomi di altre persone. Mi ha indicata come la responsabile delle finanze della parrocchia, e da lì sono cominciati i miei guai. Sono venuti a cercarmi una sera a casa, e per fortuna non ero ancora rientrata. Poi hanno cominciato a telefonarmi e minacciarmi di morte. Ho denunciato la cosa alla polizia, ma non è cambiato niente e le minacce sono proseguite. Un giorno ho trovato la testa decapitata di un uomo davanti a casa mia. Allora sono fuggita prima a Mosul da un mio fratello e poi in Turchia. Ma lì non mi hanno accettato come rifugiata e mi hanno arrestata. Dopo 5 giorni mi hanno rilasciata e mi hanno detto di cercare ospitalità in un paese arabo. Sono passata prima in Siria e poi da lì in Libano. Adesso vivo in un appartamento piccolo in precarie condizioni igieniche con mio marito, mia madre e i nostri figli. I ragazzi lavorano, hanno abbandonato gli studi scolastici e universitari, ma facciamo ugualmente fatica a sopravvivere. Anche se dovesse tornare la pace, io a Baghdad non voglio tornare mai più. Voglio andare in America, dove ho alcuni parenti».
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