TESTIMONI, MA SOLO SE UNITI

Di Gheddo Piero
28 Aprile 2005

Cosa farà Benedetto XVI per orientare la Chiesa, di fronte alle molteplici e gravi sfide del mondo globalizzato? Domanda superflua per noi che crediamo nello Spirito Santo. Possiamo però disegnare gli scenari che la globalizzazione dei popoli apre alle comunità cristiane; non nel quadro dell’Europa scristianizzata, ma nei continenti dove i popoli ancora attendono il primo annunzio della “buona notizia” di Gesù Salvatore: la “missione alle genti” che Giovanni Paolo II ha indicato come la priorità assoluta: «Per il singolo credente, come per l’intera Chiesa, la causa missionaria dev’essere la prima perché riguarda il destino eterno degli uomini» (Redemptoris Missio, 86).
L’Asia, dove i cattolici sono il 2,5 per cento dei circa quattro miliardi di abitanti, è il continente che richiede il primo impegno dei cristiani oggi. Nel primo millennio la Chiesa si è impiantata in Europa, nel secondo in America, Africa e Oceania: il terzo è il millennio dell’Asia, continente oggi al centro dell’attenzione internazionale in campo politico, economico, sociale, militare e anche religioso. In Asia vivono circa il 62 per cento di tutti gli uomini, poco meno di 4 su 6,5 miliardi di uomini e donne.
La storia delle missioni dimostra che la Chiesa cattolica (come le altre Chiese cristiane) non è in grado di annunziare Cristo in modo credibile ai popoli asiatici, che hanno in maggioranza una forte identità religiosa e culturale. Eccetto che nelle Filippine e in Libano, i cattolici asiatici appartengono specialmente alle minoranze tribali o di casta (i paria, che in India sono il 75 per cento dei 20-22 milioni di cattolici). Il motivo è evidente: in Europa, Americhe, Africa e Oceania la Chiesa non ha incontrato antiche religioni organizzate, contrariamente a quanto è avvenuto in Asia, dove è nato Cristo e si è esercitata la prima missione, ma dove la Chiesa ha incontrato le grandi religioni che ancor oggi sono alla base delle culture locali.

PERCHé L’ASIA RESPINGE CRISTO
Oggi sempre più le giovani Chiese (e noi missionari) ci interroghiamo: quale missione oggi in l’Asia? Ma prima di “quale missione” occorre porre la domanda: come dobbiamo essere noi cristiani per essere più credibili nel testimoniare e annunziare Gesù Cristo? Non c’è dubbio che anzitutto dobbiamo essere uniti: la molteplicità delle Chiese cristiane è il maggior ostacolo all’efficacia della missione. Sono appena stato in India, dove centinaia di Chiese o sette si presentano come “cristiane”, diffondono il Vangelo e la Bibbia, ma predicano la libera interpretazione della Parola di Dio: da questo principio discendono continue divisioni e suddivisioni. Gandhi ha scritto: «Ammiro Cristo, ma non mi faccio cristiano perché i cristiani sono divisi e hanno dimenticato Cristo».
Nel mondo missionario l’ecumenismo ha fatto più progressi che nei paesi d’antica cristianità, grazie anche alla spinta di Giovanni Paolo II: ovunque ci sono comitati di collaborazione e di dialogo fra le Chiese, iniziative e prese di posizione comuni, rispetto e non più inimicizie e calunnie come in passato; ma il presentarsi ai non cristiani come discepoli di Cristo, che affermano di portare la verità e poi dicono cose del tutto diverse, è assurdo.

LA COLLEGIALITà CONTRO I LOCALISMI
Difficile ipotizzare quel che potrebbe fare Benedetto XVI per una maggior incisività del cammino verso l’unità dei cristiani. Qui entra in gioco “il primato petrino”, cioè l’autorità del Papa sulla Chiesa universale, che rispetti la giusta autonomia delle Chiese locali ed è estremamente difficile formulare ipotesi plausibili, nell’ottica della tradizione cattolica anche dopo il Vaticano II. Sinodi episcopali con autorità decisionale? Nomina dei vescovi da parte delle Chiese locali? Abolizione delle Nunziature? Ammissione delle donne al sacerdozio? Abolizione del celibato sacerdotale? Sono alcune delle richieste che hanno fatto altre Chiese. Per non parlare dei problemi ancora più difficili che riguardano la dottrina, la verità su Cristo e la Chiesa. Tutto questo è comprensibile: ogni Chiesa ha fatto un cammino proprio per centinaia di anni, oggi si ritrovano molto distanti l’una dall’altra. Si dovrebbe ritornare al Vangelo e ai primi secoli cristiani e anche applicare la parola di Gesù: «Dai loro frutti li riconoscerete». Evidentemente la Chiesa cattolica non teme confronti, ma non è facile per nessuno (nemmeno per noi cattolici!) riconoscere di essere andati poco o tanto fuori strada! Naturalmente, per quanto riguarda la Chiesa cattolica è indubbio che una maggior collegialità con i vescovi nel governo della Chiesa è assolutamente richiesta, il Papa non è un monarca assoluto.

QUALE DIALOGO (PER QUALE MISSIONE)
La seconda urgenza della missione in Asia è l’incontro e il dialogo con le grandi religioni e culture: qui le difficoltà sono ancora maggiori. Noi cristiani sappiamo poco o nulla delle religioni che caratterizzano l’Asia; un sacerdote dello Sri Lanka che studiava alla Buddhist University di Kandy mi diceva pochi anni fa: «Di fronte al buddhismo, noi siamo come Cristoforo Colombo quando sbarcò nell’isola di Salvador nel 1492: aveva davanti l’immenso continente americano e pensava di trovarsi in un’isoletta nel grande mare dopo il quale c’era l’Oriente!»; e aggiungeva che i testi sacri del buddhismo delle varie tradizioni sono undici volte la nostra Bibbia e nessuno ha ancora stabilito quali sono quelli autentici! Secondo ostacolo: i fedeli delle religioni, in genere, conoscono del cristianesimo e della Chiesa ancor meno di quello che noi sappiamo delle loro religioni; e mentre noi cerchiamo il dialogo, loro ci rifiutano e ci vedono come invasori che vogliono colonizzarli spiritualmente. Anche perché l’identità religiosa dei popoli è alla base dell’identità culturale dei paesi e viene spesso strumentalizzata da partiti politici e movimenti culturali in senso anti-occidentale e anticristiano.
Il dialogo con le religioni ha già fatto passi in avanti e Giovanni Paolo II ha realizzato molte iniziative d’incontro: basti pensare ad Assisi (ottobre 1986)! Ma i grandi interrogativi rimangono senza risposta: è vero che le grandi religioni sono anch’esse vie per la salvezza e in che modo? Come intendere l’unicità della salvezza in Cristo? Com’è possibile dialogare con l’islam se dai paesi islamici i cristiani fuggono perché non c’è vera libertà di religione come in quelli occidentali?
Infine, ultimo scenario da affrontare: i popoli cristiani (colonizzatori) godono di un alto livello di vita, mentre i popoli del Sud del mondo sono in condizioni spesso disumane per povertà, ignoranza, mancanza di libertà, guerre intestine, totalitarismi. Giovanni Paolo II ha denunziato fortemente queste disuguaglianze, ha esortato alla solidarietà rimproverando i popoli ricchi di egoismo e di opprimere i poveri del Sud. Ma questo non ha sostanzialmente cambiato le situazioni e non è facile prevedere come Benedetto XVI potrebbe agire. In genere si attribuisce la responsabilità di questo ai popoli occidentali e cristiani, il che non corrisponde alla verità storica e attuale. Ma tale visione ideologica, di radice marxista-leninista-maoista (visioni che l’esperienza dei popoli ha condannato), è ormai entrata nella cultura comune dell’Occidente: lo dimostrano persino non pochi documenti delle Chiese cristiane. «La verità ci farà liberi», scrive san Giovanni, non l’ideologia. L’orientamento dato da Giovanni Paolo II nei numeri 58, 59 e 60 della Redemptoris Missio (e da Paolo VI nella Populorum Progressio, nn. 14-21, 40-42, 75) non è stato approfondito né seguito, per cui non comprendiamo più cosa c’entra la fede in Cristo con l’aiuto ai popoli che soffrono la fame, la dittatura, le guerre. Da un’analisi incompleta ed errata, seguono soluzioni che non risolvono; cioè da un’analisi condotta con criteri materiali, seguono soluzioni unicamente materiali (soldi, macchine, commerci), certamente indispensabili, ma non risolutive.

Cristo, PRINCIPIO DI TUTTO
Come si vede, i tre scenari che ho delineato come urgenza primaria, se la Chiesa vuol mettere l’Asia al centro dei suoi interessi e riforme, sono ben lontani da quanto normalmente si dibatte sul tema: cosa dovrebbe fare Benedetto XVI? Nonostante le spinte universalistiche di Giovanni Paolo II, il corpo della Chiesa non si è ancora aperto all’intera umanità, spesso rimaniamo rinchiusi nella visione ristretta di problemi ecclesiali, che al grande mondo asiatico importano poco o nulla. Quello che di sicuro il nuovo Papa dovrà fare, e farà, è di richiamare continuamente la Chiesa (in continuo cammino di riforma!) al principio: «Ripartiamo da Cristo». Non esiste altro punto di partenza migliore.

* responsabile Ufficio Storico Pime

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