TFR 2
Lo Stato si prende i soldi dei lavoratori. E nemmeno si considera in debito
Il Tfr è una forma di retribuzione differita,
nel corso degli anni è stato considerato come un ammortizzatore sociale perché in caso di licenziamento garantiva un’uscita “morbida” dal posto di lavoro. Per il datore di lavoro è un debito utilizzato come fonte di finanziamento (nei bilanci aziendali è una voce iscritta tra le passive). Ma con la riforma del Tfr il governo ha deciso di destinare i soldi dei lavoratori che non scelgono di aderire a fondi pensione (si tratta degli impiegati di aziende con più di 50 dipendenti) a un fondo della Tesoreria dello Stato gestito dall’Inps. Tale fondo avrà la finalità di finanziare investimenti di pubblica utilità, e i tecnici ministeriali hanno previsto che sarà alimentato da un afflusso di 5,2 miliardi di euro. Diversamente dalle aziende, però, lo Stato ha iscritto questa somma (del tutto ipotetica, tra l’altro) tra le voci attive del bilancio, in pratica trasformando un debito in credito, alla stessa stregua di un’entrata strutturale. Insomma, una vera e propria operazione di finanza creativa. Che perdipiù vive di un paradosso: se l’adesione ai fondi, come si spera, sarà massiccia, il governo si ritroverà con un enorme buco di bilancio.
Ma i dipendenti pubblici (per ora) possono dormire sonni tranquilli
La riforma del Tfr riguarda tutti i dipendenti del settore privato. Sono esclusi, per ora, tutti i dipendenti pubblici (mancano i fondi complementari di categoria, l’unico fondo operativo è “Espero” per gli insegnanti). Ma anche nel settore privato ci sono gli esclusi. I co.co.pro, ad esempio, che non sono destinatari del Tfr (ma potranno comunque destinare un contributo alla previdenza complementare, ovviamente prelevandolo dalla propria retribuzione). Esclusi di fatto sono poi coloro che hanno contratti intermittenti di breve durata e ricevono un Tfr modesto, inadeguato a finanziare una forma di previdenza complementare. Sono espressamente esclusi dalla riforma invece i lavoratori con contratti che durano meno di tre mesi e quelli impiegati nel lavoro domestico. Le famiglie che danno lavoro a colf e badanti non hanno quindi alcun ulteriore obbligo nei loro confronti. Non esiste alcun fondo di categoria per queste figure professionali ma su esplicita richiesta del lavoratore sarà comunque possibile destinare il Tfr a un fondo pensione, che in questo caso, per forza di cose, sarà un fondo aperto o un piano di previdenza individuale.
Senza Tfr rischiano il crack perfino le coop
Esistono numerose differenze, soprattutto in merito alle modalità applicative, tra questa riforma e quella varata a suo tempo dal governo Berlusconi. Innanzitutto, in origine, le nuove norme avrebbero dovuto entrare in vigore dal gennaio 2008 e con ogni probabilità tutti avrebbero gradito disporre di un lasso di tempo più ampio per informare i lavoratori. In secondo luogo la riforma del precedente governo non prevedeva l’istituzione del famigerato fondo presso l’Inps a cui lo Stato attingerà per finanziare le opere pubbliche, anzi bisogna precisare che quando nel 2004 il ministro dell’Economia di Berlusconi, Domenico Siniscalco, ipotizzò qualcosa di simile, il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, minacciò uno sciopero generale. La differenza più rilevante tra le due riforme, però, riguarda l’attenzione che nella passata legislatura si rivolse alle imprese, e in particolare al fatto che esse, private del Tfr, sarebbero venute a trovarsi senza una fonte di finanziamento “sicura” (si stima che, con il nuovo sistema a regime, dalle casse delle aziende usciranno dai 15 ai 18 miliardi di euro all’anno). Per arginare il problema, la riforma Maroni prevedeva che si approntassero alcune agevolazioni contributive e fiscali a favore delle aziende. Di importante rilievo era anche l’impegno a costituire un “fondo di garanzia per l’accesso al credito” che offrisse loro una copertura di tale perdita di liquidi. Nella Finaziaria 2007, però, il governo Prodi ha deciso di eliminare questo fondo. E a farne le spese saranno soprattutto le piccole imprese. Ma in una situazione particolarmente difficile si troveranno anche le cooperative a carattere sociale, aziende che reinseriscono persone variamente disabili organizzando il lavoro in formule adatte alle esigenze di tali soggetti. Rientrano per intero nella riforma del Tfr, infatti, anche tutti i lavoratori delle coop, perfino i cosiddetti socio-lavoratori . In questo settore, considerato – ironia della sorte – caro alla sinistra, esistono imprese di media e grande dimensione che però, per ovvi motivi, sono fragili dal punto di vista patrimoniale e finanziario, e spesso soffrono (fino a rischiare il collasso) i ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione. Ebbene, nel caso in cui i lavoratori di una di queste grandi coop dovessero scegliere in massa l’opzione fondi, è facile capire come l’azienda si troverebbe di fronte a un ulteriore problema di liquidità.
Lezioni, strafalcioni e omissioni sulla riforma
A che punto è l’informazione all’interno del mondo del lavoro? Le ultime rilevazioni statistiche hanno costatato ancora una scarsa conoscenza della riforma del Tfr, sia tra i dipendenti sia tra i datori di lavoro. Dal fronte governativo, ad oggi, gli strumenti messi in campo sono piuttosto esigui rispetto alla posta in campo. Se si esclude il sito del ministero del Lavoro (per la verità comprensibile solo a utenti già “informati”), poco o nulla. Tra i “media” all’avanguardia sicuramente la carta stampata, anche se con esiti diversi. E con molte note negative per superficialità o impronta ideologica. Sul versante superficialità si è distinto il settimanale Vanity Fair, che all’interno di una rubrica intitolata “Soldi e felicità” ha sbagliato addirittura nell’identificazione dei lavoratori soggetti alla riforma («quelli che lavorano in aziende con più di cinquanta dipendenti», si legge nell’articolo) e ha ipotizzato che il Tfr già accantonato rimarrebbe «comunque all’azienda in un fondo speciale dell’Inps» (una contraddizione logica). Di tenore ben più ideologico, invece, le indicazioni provenienti dai giornali come Liberazione. Il quotidiano “comunista”, che dovrebbe avere a cuore la sorte dei lavoratori, in queste settimane ha più volte dato spazio alle tesi dei sindacati extraconfederali (Cobas e Cub) e dell’ala critica della Cgil, che continuano a parlare di «scippo del Tfr». Posizioni, spesso definite pure, che nella realtà creano incertezze e confusione nei lavoratori del settore privato.
In ogni caso, la legge varata prevede che sia il datore di lavoro a mettere in campo tutti gli strumenti necessari affinché i dipendenti siano al corrente delle opzioni. Spesso però, più che fornire i moduli necessari, le aziende non sono in grado di fare. Molto meglio attrezzati sono i sindacati confederali, che pianificano veri e propri seminari formativi per rappresentanti di base e funzionari. Ovviamente è loro interesse spingere il lavoratore verso i fondi negoziali di categoria. Sembrano ancora al palo, invece, banche e assicurazioni. E come mai l’offensiva pubblicitaria è rimasta sotto tono? Magari perché le strategie di marketing suggeriscono di attendere l’ultimo mese, vista anche l’attitudine degli italiani, abituati a decidere allo scadere dei termini utili. La seconda ipotesi è di carattere più malizioso. Si potrebbe pensare che la causa del “disinteresse” sino ad ora mostrato risieda nel fatto che banche e assicurazioni entreranno comunque in gioco anche attraverso i fondi negoziali di categoria (chiusi). Per lo svolgimento delle loro attività questi fondi, infatti, si avvalgono di soggetti terzi specializzati. Le risorse finanziarie dei fondi, per esempio, sono depositate presso le banche e l’erogazione delle future pensioni sarà garantita da compagnie di assicurazione. Insomma da banche e assicurazioni si deve passare. E perché, dunque, spendersi tanto in pubblicità “inutile”?
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