Tira quest’ultimo rigore, amico Pessotto
Caro Gianluca, vorrei che un giorno leggessi queste poche righe. Vorrei che vivessi, per te, per la tua famiglia e anche per me. Pensando a te colgo la vanità del tutto, a cominciare da questa rubrica. Colgo la pochezza di tutti noi di fronte al mistero di una vita che si butta da un palazzo. Provo anche una sorta di vergogna di me stesso. Perché mi sono detto: pensavo di conoscerlo, pensavo di sapere chi era. Che enorme stronzata. Lo so chi sei. So che sei uno dei pochi giocatori di cui possiedo il numero di telefono, uno dei pochi che ogni tanto chiamavo e parlavamo di tutto, uno dei pochi che avrei preso in squadra se fossi stato un allenatore, uno che, se c’era da affrontare uno dei rigori che arrivano dopo 120 minuti di fatica e paura, va e tira, mentre altri, campioni di manfrine e veline, spesso si defilano. Eri (in campo) e sei (nella vita) uno su cui poter contare. Mi fa piangere il pensiero che, a un certo punto, tu hai creduto di non aver più nessuno a cui affidare la tua umanità ferita. Vorrei rivederti, per dirti che la prossima volta puoi contare su di me, per quel poco che sono. Tira quest’ultimo rigore, Gianluca, e accendi il telefono, che ho voglia di parlarti.
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