Tiziano torna a casa

Di Cwalinski Vladek
06 Dicembre 2007
A Belluno rivive l'ultimo "divin pittore", quello del dolore che graffia la tela nella ricerca spasmodica di un mistero insondabile

Invade la tela, la violenta quasi, strisciandola solo di colore, spesso direttamente con le dita. È in questa coda drammatica, eppure così carnalmente legata al resto della sua produzione, che Tiziano conclude la sua vita e la sua opera. Perché per il “divin pittore” non esiste alcuna soluzione di continuità tra vicende storiche, personali e arte. Così mentre la sua esistenza si contorce nel dolore e nella fatica, la pittura di questo montanaro nato presumibilmente a Pieve di Cadore, diventa a poco a poco drammatica e urlante. Nato da un’antica famiglia di avvocati, notai e amministratori, ha già almeno sessantasei anni quando, nel 1556, muore il poeta Pietro Aretino, suo amico fraterno. Due anni dopo viene a mancare Carlo V, ultimo grande Imperatore cristiano, che oltre a essere un buon amico (nel 1533 a Bologna l’aveva nominato Cavaliere dello Speron d’Oro) è anche uno dei maggiori committenti di Tiziano. Di nuovo, l’anno successivo, un altro colpo durissimo con la morte del fratello Francesco.
Nonostante, e forse proprio attraverso tutto questo, quest’uomo nella sua lunga vita (fu l’artista più longevo di quell’epoca insieme a Michelangelo) continua a dipingere. Disegni, dipinti, incisioni, circa un centinaio di opere, ora raccolte in una mostra a Belluno (“Tiziano. L’ultimo atto”) che non è eccessivo definire epocale, perché dopo l’esposizione dedicata al Vecellio del 1951, è la prima del grande Tiziano ospitata nei suoi luoghi natii dove le opere ritornano dopo cinquecento anni.
Ma che aveva da dipingere, quel vecchio? Aveva sempre fatto quel mestiere lì, Tiziano, il pittore. Sembrava nato per dipingere, sin da quando ai primi del 1500 l’avevano trasportato a dorso di mulo da Pieve di Cadore a Venezia che a quell’epoca, soprattutto agli occhi di un bambino di dieci anni, doveva apparire quasi il centro del mondo. Era arrivato lì a imparare il mestiere di pintor, ed era stato mandato a bottega dal più bravo di tutti, il vecchio Giovanni Bellini, il pittore della Serenissima per eccellenza, l’erede della preziosa tradizione bizantina.
Tiziano fa dunque per tutta la vita ciò per cui è stato tirato su, ma mai come negli ultimi decenni della sua esistenza gli diviene chiaro che quel che cerca non sono gli onori, il potere, la gloria, ma qualcosa di infinitamente più misterioso. Quel qualcosa che pare baluginare come un raggio di luce timido ma deciso nell’intarsio di colori dei volti, nelle linee dei paesaggi, nelle tonalità dei cieli dei dipinti. È nei dipinti, soprattutto, che “l’ultimo Tiziano” si fa interprete dei dubbi e dei tormenti di un’epoca. Un’epoca che crede ancora, e per un certo periodo grazie soprattutto a Carlo V il sogno sembra realizzarsi, a un Impero cristiano costruito sugli ideali cavallereschi medievali, un Impero che si estenda dai Balcani al Portogallo, che contenga l’avanzata turca che sembra inarrestabile. Siamo nel decennio precedente la battaglia di Lepanto.
Un capolavoro, ad esempio, la Madonna della Misericordia con quelle striature di colore sui vestiti insieme ad un’attenzione ai minimi dettagli dei volti, tra i quali si notano un uomo in arme e una bambina che si gira verso l’osservatore. Particolari perfetti inseriti con maestria nella grandiosità dell’insieme. Oppure la Mater dolorosa di Seattle. Gli straordinari passaggi di colore sul manto dal violetto al rosso fragola, al rosa, fino al volto bellissimo e profondo seppure immobilizzato in una maschera di dolore: le lacrime che sembrano scorrere davvero su quelle povere guance, le mani giunte in una stretta caparbia e fedele. O ancora, l’Orazione nell’orto con la geniale trovata prospettica di mettere il buio e i soldati con le lanterne in primo piano e, sul fondo, Gesù inginocchiato in preghiera. C’è poi il Cristo flagellato della Galleria Borghese, dove il colore tra il rosa e il madreperlaceo diventa indefinibile, così com’è, nascosto nella penombra. Oppure i soggetti mitologici, come Venere e Adone o Ritratto di donna con fanciulla, in cui Tiziano presenta soluzioni pittoriche strabilianti per la sua epoca: i passaggi di tonalità del cielo, i volti immersi nel buio mentre tutto il resto è avvolto nell’indeterminatezza, una soluzione formale quasi impressionista che rimanda a un Degas ancora di là da venire.
La mostra di Belluno è semplicemente  eccezionale, perché riporta a casa, rendendogli pienamente giustizia, uno dei rarissimi pittori della storia che, tale era la potenza esistenziale del suo dipingere sommata a una ottuagenaria pratica ai massimi livelli, non mostra il minimo calo con l’avanzare dell’età, sembra piuttosto progredire, in un confronto drammatico. È in questo, d’altronde, che Tiziano, come Michelangelo d’altronde, ha bucato il tempo, ed è per sempre a noi contemporaneo.

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