Tolleranza? No, comunione

Di Gaspari Antonio
17 Gennaio 2002
Oggi la Chiesa italiana celebra la giornata per il dialogo ebraico-cristiano. E il prossimo 27 gennaio sarà il giorno della memoria dell’Olocausto. Perché si può parlare di non episodiche celebrazioni. Intervista a Angel Kreiman, Vicepresidente internazionale del Consiglio Mondiale delle Sinagoghe di Antonio Gaspari

Una certa pubblicistica tende a sottolineare oltremisura le divisioni e le polemiche che hanno caratterizzato i rapporti tra ebrei e cristiani. In realtà, fin dalle origini, sono tanti e significativi i momenti in cui seguaci di Cristo e israeliti sono stati oggetto delle stesse persecuzioni. Se si guardano poi le radici teologiche e spirituali, non c’è dubbio alcuno sulla continuità degli stessi insegnamenti. A questo proposito abbiamo intervistato Angel Kreiman, Gran Rabbino del Cile dal 1970 al 1990, attuale Vicepresidente internazionale del Consiglio Mondiale delle Sinagoghe e membro dell’Esecutivo della Confraternita Ebreo-Cristiana Internazionale.

«Mia moglie Susy Kreiman, – racconta Kreiman – morì nell’attentato terroristico che nel luglio 1994 fece saltare per aria l’ufficio centrale della Comunità Ebraica per il lavoro e la disoccupazione di Buenos Aires. In un precedente attentato morì anche un prete che aveva la chiesa proprio di fronte all’ambasciata di Israele. In quell’occasione scrissi su el Mercurio che “il sangue giudeo-cristiano era stato versato ancora, come quando cristiani e giudei venivano uccisi durante le persecuzioni sofferte sotto l’impero romano”». Kreiman ha precisato che «nel 168 a.C. c’erano 14 sinagoghe nella zona di Trastevere. I giudei erano numerosi anche quando san Paolo venne a predicare a Roma».

Ovunque e sempre

Dopo l’assassinio si sua moglie Kreiman è andato in Cile dove ha creato una fondazione per il dialogo ebraico-cristiano. Il Gran Rabbino è anche cooperatore dell’Opus Dei, e per questo motivo è venuto a Roma al Congresso Internazionale dedicato ai 100 anni della nascita del Beato Josemaría Escrivá. Kreiman ha raccontato di essersi avvicinato all’Opus Dei per almeno due motivi. Il primo perché quando in Cile il governo socialista impose che l’esame di ingresso all’Università doveva essere svolto il sabato, l’unica Università che si aprì ai giovani giudei osservanti fu quella dell’Opus Dei. E il secondo è che il messaggio religioso del giudaismo tende a santificare la vita quotidiana attraverso il lavoro, proprio come insegnato da Escrivá.

«Nella Genesi è scritto – spiega Kreiman – che sei giorni lavorerai e offrirai la tua opera e il settimo sarà per il Signore Dio tuo. Non abbiamo diritto al riposo del sabato se non abbiamo lavorato per la causa di Dio durante i sei giorni precedenti. Ognuno santifica, e consacra la sua vita a Dio attraverso il lavoro. Pertanto il concetto espresso da Escrivá è un concetto eminentemente giudeo, non si vive per Dio solo nella sinagoga o nella Chiesa, si vive per Dio ovunque e sempre. C’è un concetto nel Talmud che spiega come tra lo straordinario e l’ordinario, conta di più l’ordinario. Perché non sono i grandi momenti, gli applausi, le grandi cerimonie a rendere più felice il Nostro Signore, si adora di più Dio contribuendo alla sua opera di creazione. Pertanto quando parliamo di azione sociale o quando condividiamo un lavoro comune non lo stiamo facendo per piacere personale, ma perché è il modo di condurre il mondo nel Regno di Dio. È la ricerca di quella che noi chiamiamo era messianica, questa si realizza solo attraverso l’opera quotidiana dell’essere umano nel suo lavoro e nella sua casa. Da qui nasce anche il concetto di difesa dei Diritti Umani. Il Talmud dice «chi salva una vita e come se salvasse l’umanità intera» nel medesimo modo in cui si dice «se uccidi una persona è come se uccidessi l’umanità intera». Come giudei quando salviamo un essere umano lo facciamo perché fatto ad immagine e somiglianza divina e non perché utilizzato da uno o l’altro orientamento politico.

Nel medesimo modo siamo in favore della vita. Siamo assolutamente contrari all’aborto, e in favore della giustizia sociale perché ognuno possa vivere con dignità. Che è poi la dottrina sociale dei Profeti».

Cosa pensa del dialogo religioso

e della tolleranza?

«Il termine “tolleranza” è una parola detestabile e orribile. Molti di quelli che la utilizzano di frequente sono intolleranti con le persone religiose. Il dialogo interreligioso esige che ognuno sia coerente, onesto e praticante nella sua propria religione. Il dialogo interreligioso non può essere teorico; deve essere tra praticanti, religiosi, intelligenti e osservanti che mantengono la loro propria cultura e identità. Il dialogo consiste nel lavorare insieme, si scopre così che sono molte di più le cose che uniscono di quelle che dividono. Nel caso speciale del dialogo tra giudei e cristiani dalla teologia, alla filosofia fino alla cultura abbiamo un percorso comune. Ci unisce soprattutto la preoccupazione per il futuro dell’umanità. Speriamo che in un mondo futuro potremo essere un insieme alla messa di Dio in un unico corpo per condividere il banchetto pasquale.

Nel frattempo, bisogna sviluppare un rapporto di amore, inteso come insegnamento biblico. Siamo stati perseguitati insieme fin dall’inizio, sotto l’impero romano. Siamo perseguitati oggi dal paganesimo di ritorno, dall’idolatria verso il corpo, gli oggetti, gli animali. C’è un’ossessione per le cose materiali invece che la passione della vocazione di servizio. La parola servizio è una parola chiave, in ebraico essa significa lavoro. Il lavoro visto come servizio a Dio e al prossimo è esattamente il concetto che servendo Dio e il prossimo potremo migliorare il mondo».

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