Torino Italia
Nel cortile della Piazza dei Mestieri – un’ex conceria di 7mila mq incastonata nel borgo San Donato di Torino, a pochi passi dall’opera di Faà di Bruno e non distante dalla cittadella di don Bosco – una folla vociante di ragazzi s’intrattiene in una pausa tra una lezione e un laboratorio. Sono una parte degli oltre 300 allievi che giornalmente frequentano i corsi di pasticcere, elettricista, cuoco, grafico, parrucchiere, gelataio, panettiere, cioccolatiere e tipografo. Tutti mestieri che, a vario titolo, appartengono alla tradizione del territorio, includendo la produzione della birra e il design.
Ampio il ventaglio d’attività formative offerte dalla “scuola”, termine veramente riduttivo con cui definire il centro, che oltrepassa le condizioni usuali di un’istituzione scolastica tradizionale. In che modo? Intanto non è secondario, percorrendo i corridoi degli uffici posti al piano terreno del complesso, dove si affacciano le scrivanie del personale addetto all’accoglienza, cogliere il dato che oltre il 70% degli allievi, d’età compresa tra i 14 e i 17 anni, arriva da precedenti insuccessi scolastici. «Sono stato bocciato all’alberghiero di Pinerolo – dice uno di loro – e dopo un anno senza fare nulla, mi sono recato all’ufficio di collocamento dove ho saputo di questa scuola. Qui c’è maggior fiducia e mi sento più realizzato». «All’Istituto tecnico industriale – sottolinea uno dei nuovi allievi di Piazza dei Mestieri – entravo e uscivo quando volevo. Sì, avevo tantissima libertà, ma di certo non imparavo niente. Successivamente ho trovato questa scuola e allora ho deciso di venire a provare, perché, secondo me, insegna a vivere e a rapportarsi con il mondo».
Per molti di loro, la Piazza rappresenta una seconda chanche che si offre sul cammino di vita per costruire un futuro lavorativo. Ma non solo. E qui sta la differenza. L’idea forte, il perno di tutta la macchina organizzativa che fa girare gli ingranaggi della scuola, coinvolgendo un centinaio d’addetti, è il mettere insieme la preparazione tecnica e la formazione della persona. Per questo lo stendardo che svetta da una facciata della Piazza reca scritto “Insegnare un lavoro, educare a vivere”.
Il centro, gestito da una fondazione privata i cui soci sono coinvolti da anni nell’esperienza della Compagnia delle Opere, evidenzia in maniera compiuta il carisma dell’insegnamento di don Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, movimento che proprio quest’anno compie i cinquant’anni di vita. «Per il cristiano l’uno vale tutto – ha detto Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà all’inaugurazione della Piazza il 26 ottobre scorso – il lavoratore non è l’individuo che concorre a comporre una massa, è una persona, un valore in sé». La Piazza è un luogo fisico, reale, dove «i ragazzi imparano un lavoro e dove sono educati a vivere nel rapporto continuo con adulti che sollecitano il loro impegno» precisa Mauro Battuello, direttore del centro e, di controcanto, ecco che cosa aggiunge un’allieva: «Mi sembra di essere in famiglia, anche con i docenti. Loro ti comprendono e se hai dei problemi e vuoi parlarne sono sempre pronti ad accoglierti». Gli insegnanti, una sessantina, sono coinvolti in un’opera che non è solo una trasmissione di tecniche e di saperi ma un’educazione a vivere la realtà nella sua complessità di relazioni. Proprio come può avvenire in un microcosmo qual è una scuola, con tante teste e tante idee, come quella di fare una petizione per togliere il crocifisso dalle aule, venuta in mente ad un’allieva nei primi giorni di scuola. «Se vuoi, procedi pure nel tuo intento – gli hanno detto gli altri – ma sappi che è seguendo il suo esempio (indicando il crocefisso) che siamo riusciti a costruire questa Piazza».
Da una parte una rete di enti privati (circa 400 le imprese collegate) e dall’altra un’ottantina di scuole coinvolte, costituiscono i partner con cui la scuola s’interfaccia quotidianamente per l’inserimento di casi difficili, per l’individuazione delle sedi di stage e successivamente d’occupazione. Il settore ristorativo è in pole position nelle scelte degli allievi, entro il quale formarsi per divenire bravi camerieri e, perché no?, anche chef di solida esperienza. «Rispetto a quello che avevamo l’anno scorso, questo laboratorio di cucina è spaziale», rileva uno degli allievi. E molti coltivano in cuor loro un desiderio, come chi confessa apertamente: «Ho voluto fare questa scuola perché il mio sogno è aprire un agriturismo nelle belle colline del Piemonte».
Ad ognuno le sue scelte, d’impegno, responsabilità e di gusto. A proposito di gusto, l’edificio ristrutturato in maniera conservativa presenta note di colore negli arredi e una raffinatezza nella segnaletica degli spazi. Cartelli indicatori con il nome dei grandi pittori del passato e particolari tratti dalle loro opere facilitano l’orientamento tra i vari locali dell’edificio: aule, laboratori, biblioteca, self service, birreria, ristorante, shop center, palestra. L’area “Leonardo” ospita i laboratori di grafica e di tipografia e qui gli insegnamenti ricevuti si stanno traducendo in un’esperienza lavorativa concreta, con l’impaginazione e la stampa del bollettino di una Asl di quartiere e la newsletter di una ditta di computer. La Fondazione Piazza dei Mestieri non comprende solo un ente di formazione, l’agenzia Immaginazione e Lavoro che cura i corsi, ma anche una cooperativa di produzione-lavoro con cui assolvere legalmente le committenze, che sono un’opportunità per i ragazzi di sperimentarsi nella realtà dei mestieri e di ottenere anche un riconoscimento economico.
Nei laboratori d’acconciature vi sono i responsabili di L’Oréal che, oltre ad insegnare i trucchi del mestiere e a favorirne di nuovi tra i giovani apprendisti – curiosi i ricci ottenuti con i bastoncini degli spiedini – organizzano sfilate e convegni, allestiti nello spazio polifunzionale della palestra. Tutta la struttura della scuola è congegnata per permettere uno scambio fluido e continuo di esperienze, esattamente come avveniva nelle piazze di un tempo o nei cortili, dove persone, arti e mestieri s’incontravano e, con un processo di osmosi culturale, si trasferivano vicendevolmente conoscenze e abilità, e si creavano amicizie. Quando al calar della sera finiscono i corsi, nei laboratori s’insediano altre figure, con svariate attività: un’associazione che organizza corsi di cucina per ipovedenti, il Club di Papillon con le serate a tema dedicate alla degustazione dei vini, e poi produzioni musicali, spettacoli teatrali, rassegne e mostre di giovani artisti. Al ristorante, già in attività, presto si aggiungerà la birreria, luogo di incontro rivolto ai soci, agli allievi e a tutte le realtà associative presenti sul territorio. Il vasto raggio di azione messo in campo dalla Piazza, che s’intreccia con molte realtà del territorio quali le circoscrizioni, le associazioni di giovani e le parrocchie, è uno dei fattori che ha motivato una condivisione molto ampia a livello istituzionale. La Regione Piemonte, il Comune di Torino, le Fondazioni Crt e Compagnia di San Paolo, oltre alla Banca Cosis hanno contribuito con tredici milioni di euro all’acquisto e alla ristrutturazione dell’edificio. «Torino è la prima pietra di un percorso – annuncia Dario Odifreddi, presidente della Fondazione – che porterà questo modello educativo, di inclusione sociale e di prevenzione della microcriminalità, in molte altre grandi città italiane, a partire da Milano, Napoli e Catania, ma anche in Sudamerica e in Russia».
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