Torna la Maria Brasca di Testori
Abbiamo una raccomandazione da farvi: andate a vedere la Maria Brasca di Giovanni Testori al Teatro Franco Parenti di Milano. I motivi sono tanti. È uno spettacolo semplice e di grande qualità dove si respira un’aria di vero, che nell’ubriacatura di virtuale di questi tempi recenti è solo un’esperienza salutare. È recitato da buoni attori e da un’attrice straordinaria, Adriana Asti, capace di una prestazione di quelle che s’imprimono nella memoria. Ma soprattutto vedere questo spettacolo è l’occasione per impattare con un testo emozionante, umanissimo e ancora pieno di vitalità a 40 anni dalla sua stesura. La Maria Brasca è la prima grande opera teatrale di Testori. Venne rappresentata nel 1960 al Piccolo Teatro di Milano, con protagonista una giovanissima e folgorante Franca Valeri. Il testo racconta la storia di una donna (Maria Brasca, 27 anni, operaia presso il calzaturificio GR di Niguarda) non più ragazza ma non ancora matura e ancora in cerca del grande amore della sua vita. Una donna con dentro una disperazione grande quanto il suo desiderio di felicità. Finalmente l’amore tanto atteso arriva, nella figura di un ragazzo bellissimo e con qualche anno meno di lei: Romeo Camisasca, 24 anni, abitante in via Mambretti 35, come recitano le didascalie. Il testo racconta la passione, la paura del tradimento, la voglia di futuro, le piccolezze del quotidiano. E finisce con il trionfo di Maria che soggioga, con la sua carica umana, il cuore di quel Romeo conteso da tutte le ragazze (e non solo) del quartiere. È un amore che ha anche un connotato di scandalo, perché Maria non è una verginella che si conserva per la prima notte di nozze. È una donna che arriva in fondo alla sua passione, la vive sino all’ultimo battito. Per cui si intuisce che il legame che unisce i due amanti di Vialba, deve essere fisicamente travolgente. Nel quartiere circola la leggenda di questo libertinaggio della Brasca, tanto che lui, per quanto più giovane e in teoria più disinibito, si sente quasi catturato da scrupoli. Ma è proprio a questo punto che emerge la grandezza della Brasca (che è poi quella di Testori). Sentite come reagisce la protagonista alle perplessità del suo Romeo: “Ma lo sai cos’è per me la vera, unica dignità? È quel che abbiamo fatto insieme; ecco cos’è. Quello e nient’altro”.
La dignità non è l’esito dell’adesione a un codice morale. La dignità è il prodotto di un rapporto. La dignità che nasce dall’adesione a delle regole è una dignità umanamente infame, anche se ti evita la “vergogna” di un rapporto sessuale fuori posto e magari un po’ esagerato nelle perfomance. La dignità vera invece è l’esito di un attrazione e di un amore; di un imprevisto che irrompe nella vita e la porta da un’altra parte rispetto ai nostri piani. Così, per analogia, Testori ci ricorda, con la giustificata prepotenza che gli era propria, che la dignità più grande per un uomo è quella di stupirsi, seguire e fidarsi di un Altro.
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