Tra capataz e radicali

Di Luigi Amicone
07 Ottobre 2004
Benché ci sia poco da scherzare con i missionari radicali, va dato atto al giovane leone di Marco Pannella di aver visto bene le quattro mura di Torre d’Avorio di cui s’è cinta la politica italiana.

Il quadrilatero istituzionale
Un quadrilatero, come lo chiama Daniele Capezzone, dove si staglia alto e febbrile, come di api operose, il volo del multipresidente di Conferfiat, quello del “talvolta splendido” Richelieu di palazzo Chigi, del bel centrista capo Camerale, dell’ottimo uomo al Quirinale. Montezemolo, Letta, Casini, Ciampi. Lungi da noi l’auspicio di una demolizione dell’architettura istituzionale. Essa ha la bella e simbolica funzione di rappresentare l’“unità nazionale” ed è oggi anche un utile argine di razionalità all’egotismo infantile dell’Italia delle due cocciolone. Dunque. Bene il simbolismo istituzionale. Bene il richiamo all’unità nazionale. Bene l’invito a ricercare intese bipartisan nell’interesse degli italiani. Ma su quali contenuti si fonda e qual è, nei fatti, il risultato di questo gran bel “gioco di squadra”? Si veda, sul fronte della politica, la reiterata ennesima promessa dell’opposizione di votare sempre e comunque “no” alle riforme proposte dalla maggioranza eletta dal popolo. Si veda la reiterata ennesima mozione di “ritiro incondizionato” dall’Irak. Si veda la reiterata ennesima difesa del partito della rendita e della Cassa del Mezzogiorno. Si veda la rumorosa retorica sull’unità d’Europa (e quando viene l’ora di una Costituzione o di un seggio all’Onu, il silenzio imbarazzato della sinistra, incerta se sposare fino in fondo la morte di ogni realismo di matrice giudaico-cristiana secondo le riforme Zapatero o la morte dell’Europa secondo i nazionalismi franco-tedeschi).

Oligarchie e popolo
La Torre d’Avorio è splendida, ma l’Italia non si salva con un colpo al cerchio dell’unità istituzionale e uno alla botte della politica politicante. Vero è che i nostri ceti dirigenti, dalla politica alle Ong, dall’industria ai giornali, non hanno più famiglie da difendere, né impegni con il futuro. Vero è che, come continua magistralmente a notare Pietro Ichino, non c’è più bel simbolo del mix di sfascio e demagogia italiani che quello dell’Alfa di Varese (che con la Fiat è l’ultimo resto di Cassa del Sud al Nord), liquidata prima da Romano Prodi quando impedì che fosse rilevata dalla General Motors americana, poi da un sindacato che piuttosto di accettare la realtà e il reinserimento degli operai di Arese nel ricco tessuto produttivo della Lombardia, ha preferito tener viva l’astrazione (e con essa un artificioso conflitto) di un “polo di sviluppo sostenibile” (e ora la demagogia del novello centro-sinistro presidente della Provincia di Milano, che stacca l’ennesimo assegno – 400mila euro – per gli operai di un’azienda che non esiste più da anni, che mette sul conto dei contribuenti un inutile “assessorato alla Pace”, che dice no alla Bre-Be-Mi, cioè all’autostrada che migliorerebbe la vita e l’economia di quelli che tra Bergamo e Milano sono in coda su tangenziali e autostrade dalle sei del mattino alla mezzanotte). Tutto ciò duole, non ci possiamo fare niente, però bisogna capirlo molto bene. Perché se democrazia è, per esempio, questo maggioritario tecnicamente bastardo, utile soltanto alla riproduzione ermafrodita di un’oligarchia di capataz (come bipartigianamente hanno già decretato i politici della regione Toscana), la situazione italiana non potrà evolvere se non nei termini imposti da una casta di intoccabili, comunque essa si collochi nel teatrino di destra o di sinistra.

E che Dio ce la mandi buona
Dunque. Se da qualunque parte la si guardi la situazione non è affatto esaltante, che fare? Beh, perlomeno stiamocene alla larga dalle settimane sociali dei cattolici marziani e dalle meditazioni dei cristiano-sociali. Il governo vada avanti sulla strada delle riforme (compresa la proporzionale e mettendo in conto i “no” su tutta la linea dell’opposizione, a meno che Rutelli e Fassino dimostrino di avere messo ali di farfalla e attributi d’acciaio) e che Dio ce la mandi buona. Per il resto, non preferibili, ma certamente più reali ed efficaci come nemici interlocutori, ci sono di nuovo per strada le sfide borghesi dei pannelliani e di quel partito radicale di massa che rende davvero unita e conformista l’Europa.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.