Tra le pieghe delle vacanze, implacabile e sordo resta il disamore alla vita quotidiana

Venerdì 28 luglio, le sei di sera nel centro di Milano. Il Decathlon di largo Cairoli è gremito. Cerchiamo zaini, costumi da bagno, sacchi a pelo. Ci spingiamo, in coda alle casse, sul banco rovesciamo paccate di t-shirt, racchette da tennis, pinne. Siamo pallidi, accaldati, vagamente isterici. «Sì, le valige sono tutte chiuse, mancavano i sandali del bambino, abbiamo fatto una corsa», gridiamo tra la folla nei cellulari. O: «Senti, carica tutto e passa a prendermi in ufficio, così si parte prima, c’è già coda al casello». Più che vacanza, pare una fuga. Un fuggi fuggi collettivo, tutti nello stesso giorno, non potendo aspettare neanche dodici ore, come inseguiti da un’ansia incombente. Dalle banche del Cordusio arrivano gli impiegati, si slacciano la cravatta e scendono veloci giù per le scale, inseguono un commesso, «dove sono le maschere da sub?», implorano. Il low cost per Ibiza è domattina, imbarco alle cinque. Venerdì 28 luglio. Fuga da Milano. Chi resta, vedrà le saracinesche ad una ad una calare con un tonfo secco, come per sempre. Sopra, cartelli bianchi, ci vediamo a settembre, e poi, il deserto.
Lunedì 20 agosto. Milano è tornata. Ingolfate le casse dei supermercati, mentre fuori piove, piove, e sembra già autunno. Incontri facce stanche, e spesso, sotto l’abbronzatura che già sbiadisce, incazzate. Si beccano con i clienti le commesse della Esselunga, sommerse da spese colossali. Ai laboratori di un ospedale alle otto del mattino vedi entrare, di malavoglia eppure in fretta, perché c’è da timbrare il cartellino, gli impiegati tornati stanotte dal mare, morti di sonno. Dietro agli sportelli, nei negozi, quante espressioni rassegnate, sotto a una mano di buona educazione: si ricomincia, eccoci qui di nuovo. Già, qui di nuovo. Con una casa, una famiglia, e più o meno un lavoro e uno stipendio, e soldi forse pochi, ma abbastanza per mangiare ogni giorno. Tuttavia: si ricomincia, che palle. E non puoi allora non guardare al nostro fuggire affannato e al riottoso tornare, come a una strana mutazione antropologica. Chissà, ti chiedi, quando non esistevano le ferie. Quando tutti, tranne i veri ricchi, si stava d’estate a casa propria, e faceva caldo anche allora. Perché, anche contando l’avvento delle autostrade, dell’auto, del turismo, partiamo come scappando, incalzati da un inseguitore, e torniamo, in tanti, tristi: la realtà di ogni giorno, che noia. Come, tra le pieghe delle vacanze, più che il bisogno di riposare un sordo disamore alla vita quotidiana. Come se, tornati, quando suona di nuovo la sveglia ci alzassimo come automi: dobbiamo.
Ma, in fondo, perché? Il senso di ogni giorno, di ogni istante, smarrito. Una domanda silenziosa e ignorata nelle facce dei pendolari che di nuovo sbarcano alla Centrale, di fretta si inabissano nelle scale del metrò, e sembrano non vedere nessuno.

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