Tra Prodi e Blair è scoppiata la guerra fredda

Di Bottarelli Mauro
08 Giugno 2006
Sorrisi davanti alle telecamere, ma gelo ai tavoli delle trattative. Il premier italiano annuncia il ritiro dall'Irak. E quello inglese promette: «Questa volta la paga cara»

Non si sono mai amati, questo era risaputo. Troppo giovane, coraggioso e pragmatico l’uno. Troppo accademico, curiale e dossettiano l’altro. Se l’erano date, metaforicamente, di santa ragione quando l’uno era presidente della Commissione europea e l’altro leader del paese più avanzato del continente e meno disposto a pagare i prezzi della burocrazia di Bruxelles. Avevano continuato a picchiarsi come tamburi sulla questione irachena, sul rapporto transatlantico con l’amministrazione Bush, sul budget dell’Unione e sulla costituzione: praticamente, il diavolo e l’acqua santa. Strano, perché entrambi fanno formalmente parte del progressismo europeo, della new left sorta dalle ceneri della socialdemocrazia e sviluppatasi negli anni del clintonismo e della Terza Via. Ma così è. Anzi, così è stato.
Venerdì scorso, nelle stanze di Villa Pamphili a Roma, la frattura definitiva si è consumata in un clima che chi era presente ha definito «gelido». Romano Prodi e Tony Blair sono, ufficialmente, nemici. Fonti britanniche, al rientro in patria del primo ministro, non confermano ma nemmeno negano. E non è difficile capire il perché, visto che il commento con il quale l’entourage dell’inquilino di Downing Street avrebbe lasciato Roma sarebbe stato: «Questa volta la paga cara». Una minaccia? Sì, chiara e semplice. Motivo della disputa sempre lo stesso: l’Irak. La delegazione britannica avrebbe chiesto due cose al nuovo governo italiano: cautela nella gestione del ritiro e, in caso la decisione di andarsene fosse irrevocabile, un maggiore impegno in termini numerici in Afghanistan. La risposta del Professore sarebbe stata un “niet” su tutta la linea: zapateramente parlando, noi ce ne andiamo, fatti tuoi e del tuo amico George W. Gelo totale, anche se ambienti vicini a Palazzo Chigi parlano di “rispetto” come sentimento prevalente da parte britannica.

RAPPRESAGLIE DIPLOMATICHE
Ma perché tanta rabbia da parte di Londra, visto che fin dalla campagna elettorale tutti sapevano che una vittoria del centrosinistra avrebbe significato ritiro immediato? La questione è di tempi, più che di modi. Per Londra, infatti, l’Italia post-Berlusconi rappresentava contemporaneamente un alleato prezioso e un pericolo mortale. Il disimpegno già annunciato da Roma garantisce infatti l’allentamento di quel patto willing che Italia, Usa e Gran Bretagna avevano solennemente stretto voltando le spalle a Germania e Francia prima e alla Spagna di Zapatero poi. L’asse bilaterale Washington-Londra è destinato a non poter reggere sul lungo termine, sia per le enormi pressioni che la scelta bellica fa gravare sulle spalle di governi già minati da scandali di vario genere sia perché, da entrambe lo sponde dell’Atlantico, l’ottimismo del job done ha lasciato spazio alle prospettive poco rosee di un impegno sine die.
In tal senso l’incontro tra Massimo D’Alema e Condoleeza Rice a Washington viene definito «fondamentale» dal Foreign Office britannico, «una tappa che può sancire sviluppi fino ad oggi inaspettati». «L’America – prosegue un senior diplomat raggiunto da Tempi – sa di non poter gettare a mare l’Italia solo perché non la guida più Silvio Berlusconi e soprattutto la statura e la storia politica e personale di Massimo D’Alema, l’uomo che fece decollare i caccia da Aviano per bombardare Milosevic, mette al riparo Roma da eventuali “rappresaglie” diplomatiche», conclude la nostra fonte prima di passare alle note dolenti. «Il problema – prosegue – è che non possiamo che guardare con preoccupazione alla presenza, anche rilevante, della sinistra massimalista all’interno del nuovo governo, persone che arrivano a porre sullo stesso piano George W. Bush con Saddam Hussein o Mahmoud Ahmadinejad. Gente che, paradossalmente, sfila contro i propri leader, come accaduto a Roma mentre Tony Blair incontrava Romano Prodi: il principale leader comunista a rappresentare le istituzioni a una parata militare e i suoi comrades che lo contestano poco più in là con parole d’ordine a volte davvero inaccettabili. Questa situazione per noi è difficile, molto difficile da capire pur avendo una forte componente Old Labour all’interno della maggioranza di governo. Per l’America, invece, è semplicemente inaccettabile. Punto e basta. Per questo confidiamo molto nell’arte diplomatica e nel pragmatismo di D’Alema: se Washington dovesse capire che di Roma non ci si può fidare per l’ambiguità politica della coalizione al governo, si rischia una transizione di medio termine unicamente bilaterale tra noi e gli States in un contesto bellico sempre più esacerbato. Certamente non un bel segnale verso l’Europa e le sue cancellerie».
Che fare quindi? Per ora, off-the-record, il Foreign Office chiede al governo di centrosinistra «un supplemento di trasparenza e onestà intellettuale», una scelta netta che sappia isolare e depotenziare le spinte che spaventano non poco Londra e addirittura gelano il sangue nelle vene a Washington. La nettezza del diniego di Prodi verso le richieste di quello che fino a ieri era un alleato privilegiato potrebbe, inoltre, riverberarsi pesantemente anche sulle dinamiche interne del centrosinistra nostrano. Dopo l’incontro con il Professore, Tony Blair ha incontrato Piero Fassino con il quale ha discusso del futuro del Partito Democratico italiano, un soggetto che secondo i due uomini politici non potrebbe altra collocazione se non quella del Partito Socialista Europeo. Ma se l’endorsement socialista può piacere ai Ds, cosa dirà il buon Francesco Rutelli, con cui Blair e signora hanno cenato venerdì sera? E cosa dirà Romano Prodi, nemico dichiarato del primo ministro britannico e poco incline a schierarsi apertamente sotto le insegne del Pse?

SE VOLETE, SIETE NEL MIRINO
è chiaro che d’ora in poi Londra non farà nulla per far piacere all’Italia, tanto più che gli sviluppi dello scorso week-end erano stati debitamente anticipati a Tony Blair da Silvio Berlusconi, con il quale il leader laburista aveva cenato a San Gimignano in un clima di amicizia che non paga dazio agli accidenti politici italiani. Tony Blair sa cosa è accaduto in Italia nei giorni del voto e sa cosa accadrà tra breve, quando l’azione di governo tramuterà parole e proclami in fatti. Non è un caso che, disattendendo il proprio profilo di sobrietà, nei giorni precedenti all’incontro di Blair con Prodi il Times abbia lanciato un attacco virulento contro il governo italiano per la decisione di concedere la grazia ad Ovidio Bompressi, «un terrorista di estrema sinistra macchiatosi dell’omicidio di un commissario di polizia». Un segnale chiaro e preventivo: se volete, siete nel mirino.
Ora la data cerchiata in rosso sul calendario della Cabinet Room del 10 di Downing Street è quella del 12 giugno, giorno in cui Massimo D’Alema volerà a Washington per incontrare Condoleeza Rice. «Cosa farà il vostro ex premier di guerra», si chiedono beffardi Oltremanica. «Dimostrerà lo stesso piglio del 1999 oppure confermerà al Dipartimento di Stato la propria scelta di voltare le spalle all’Irak e agli iracheni?».

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