TRA ROMA E NEW YORK, IL CRISTO DI DUE PELLEGRINI PER CASO
Venerdì scorso è accaduto qualcosa di veramente strepitoso a New York. Quasi 2000 persone si sono messe in coda dietro a una croce di legno sostenuta prima da un suonatore di blues, poi da un pompiere, per partecipare alla Way Of The Cross. Si è partiti dalla chiesa di Saint Daniels, a Brooklyn Down Town e ci si è mossi poi alla volta del ponte di Brooklyn. Vedere il serpentone di gente seguire la croce dedito e in silenzio, attraversando il meraviglioso ponte mi ha realmente commosso. Man mano che percorrevamo la città la gente si univa a noi, stupita e incuriosita. Superata la zona di Wall Street, siamo giunti al World Trade Center, ora tristemente noto come Ground Zero. La croce di legno si soprapponeva in prospettiva alla croce di metallo, unico residuo architettonico lasciato dal crollo delle torri, ed entrambi, svettanti al cielo, ascoltavano il vangelo in cui Gesù chiede a Pietro: “Do you love me?”. Dopo Ground Zero ci siamo trasferiti nella chiesa di St. Patrick dove si è conclusa la via crucis con il vangelo della morte di Cristo e la benedizione del vescovo.
Mi trovavo in piedi davanti alle macerie delle Twin Towers e leggendo sul libretto il titolo della processione “The victory of Christ is the cristian people” pensavo che questo gesto, questo popolo cristiano, stava effettivamente commettendo un attentato al contrario. Eravamo, in qualche modo, la vittoria del bene contro ogni tipo di male, la vittoria di Cristo. Se in quel momento dei terroristi ci avessero fatto esplodere, un altro popolo avrebbe portato la croce sui nostri resti. Questa è una di quelle cose che è bastato vedere per capire, senza troppi assunti di fede o ragionamenti complicati. Ed è per questo che la gente che passava, riconoscendo questa vittoria, si lasciava trasportare da questo fatto.
Stefano Iuliano, New York
Sono a Roma sabato mattina – per un congresso medico – dopo aver passato un venerdì irritata da tutte quelle trasmissioni commemorative che, ogni volta che riaccendevo la tv, mi facevano pensare di essermi appena persa la notizia della morte del Papa. E invece il Papa non moriva nonostante tutti quei giornalisti-corvi che avevano un’inspiegabile fretta… Il taxista che ci accompagna, passando nei pressi di San Pietro, a un certo punto ci fa: “Guardate un po’ che ce stà llà!” e ci fa notare l’area dedicata alle tv che è piena di camper, palchi, gazebo e di un’infinità di gigantesche parabole: «è tutta ‘a settimana che stann’ accampati qua e mò so’ ‘ncazzati perchè er Papa nun è morto ancora!».
Il congresso inizia con un luttuoso “minuto di silenzio per quest’uomo che ha cambiato la storia”… giusto che ha cambiato la storia ma mi ri-irrito per la solita impressione di fretta di considerarlo morto. Sfrutto comunque il minuto per dire un’ Ave Maria.
Mentre sono già immersa nelle problematiche mediche del congresso mi arriva un sms con le parole del Papa: «Sono lieto. Siatelo anche voi. Preghiamo insieme con letizia. Alla Vergine Maria affidiamo tutto con letizia» e subito dopo la telefonata della mia amica Daniela che lotta con la sua malattia e la chemioterapia e che – in lacrime – mi dice che vorrebbe tanto essere a Roma per «la necessità di stare vicino al Papa». La sede del congresso non è distante da San Pietro e posso andarci a piedi. Tanta altra gente arriva a piedi, in silenzio o parlando a bassa voce. è quasi come essere già in chiesa pur essendo ancora per strada.
La coda per i controlli prima di entrare in Basilica è lunga. Ma c’è sempre silenzio e pazienza. Entreremo tutti, prima o poi. E infatti anch’io entro e riesco a partecipare alla Messa. All’uscita dalla Basilica la piazza si è già riempita. Che impressione! Vien voglia di restare anche solo per osservare la gente, questa strana gente che stranamente non mi è estranea… sono qui, pellegrina per caso, senza essermi preparata ma voglio rimanere qui con questa “mia” gente, voglio portare a casa immagini, voglio poter raccontare… Questa mia gente è tutta tesa a guardare la finestra del Papa, prega e aspetta… ma cosa aspetta? è un’attesa diversa, senza fretta.
Osservo quanti preti, quante suore e quanti colori! E quante storie fuori dall’ordinario traspaiono dai volti! Ci sono coppie con i loro bambini, anziani e anche vecchissimi, giovani. Pregano tutti. In piedi, in ginocchio per terra o organizzati con cuscinetti per le ginocchia, seduti per terra o sulle seggiole portate da casa. Mi imbatto in un folto gruppo di polacchi che canta in cerchio intorno alla bandiera bianca e rossa che, stesa per terra come la tovaglia di un altare con sopra lumi accesi e immaginette sacre, è piena di scritte che sono firme. Cantano tutti. L’unica cosa che capisco, del loro canto, è la parola “Maria” che si ripete spesso. E Maria dice tutto, non occorre capire altro.
Più in là, ogni tanto, rompe il silenzio un foltissimo gruppo di ragazzi che si mette a chiamare “Giovanni Paolo” ritmandolo col battito di mani… e stranamente questo “chiasso” non disturba ma contribuisce a far sentire ancora più presente il Papa costringendo anche i distratti a girarsi verso quelle finestre e guardare…
Sono già le 20,30 e dei colleghi mi chiamano «ma come, sei ancora lì? va bene, veniamo anche noi però andiamo a mangiare qualcosa». Mentre ceniamo arrivano da casa le telefonate di amici e parenti. è stata annunciata la morte del Papa. Torniamo velocemente in piazza. è gremita come non mai e anche i miei colleghi sono impressionati: «mai vista tanta gente così con un silenzio così». E guardano con gli occhi sbarrati. Si sente solo il campanone e la recita sommessa del rosario con i Misteri della Gloria.
Mi tornano in mente le parole sentite una volta da don Giussani a proposito del silenzio: «Fare silenzio è fare come un terreno che sta lì: sembra che non accada nulla ma lo coltiva l’aria».
Torniamo a casa con questo silenzio e col proposito di tornare ancora in piazza, il giorno dopo.
Il giorno dopo è grande Messa in piazza, grandi schermi e, ancora, grandi silenzi. Si è parlato di resurrezione.
Poco distante da Piazza san Pietro noto la Chiesa del Santo Spirito in Sassia che non riesce a contenere i fedeli accorsi lì per la ricorrenza della Divina Misericordia che cade nella prima domenica dopo Pasqua, quest’anno il 3 aprile.
Scopro la storia di santa Faustina Kowalska – a cui era devotissimo anche il Papa – e mi colpiscono subito alcune date. La mia fantasia corre a trovare “collegamenti” tra la vita del nostro padre don Giussani e il Papa: trovo significativo che don Giussani sia morto il 22 febbraio, giorno della Cattedra di san Pietro. Il Papa muore invece alla vigilia della ricorrenza della Divina Misericordia, voluta dal Papa secondo le indicazioni che Cristo diede a Suor Faustina. La prima apparizione di Cristo a Suor Faustina fu il 22 febbraio…. Forse sono solo coincidenze o collegamenti voluti dalla mia fantasia, ma sono fatti e mi piace pensare che ci siano coincidenze significative.
Mi preparo a tornare in Sardegna continuando a chiedermi chi fosse quest’uomo, il Papa, che – leggo i titoli dei giornali – viene ormai definito “Giovanni Paolo il Grande”.
Mi viene in mente che mia nonna – una che lavorava tenendo il rosario tra i denti perchè le mani erano sempre impegnate nel lavoro – avrebbe risposto prontamente: «Il Papa è Cristo in Terra!»
Martina Mureddu, Olbia
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