Train de vie sotto le finestre ancora illuminate
Il treno rallenta, come stanco in prossimità della meta, mentre gli scatti degli scambi avvertono che si è inoltrato nel labirinto di binari della periferia. è notte ormai e Milano, vista dalla massicciata, è un inseguirsi interminabile di palazzi di cui nel buio scorgi solo la sagoma nera, e le finestre illuminate. Infinite finestre di infinite case sconosciute. Dentro, è l’ora della cena; ti immagini le famiglie a tavola mentre ascoltano il tg, nella stanchezza della giornata raccolta fra ciò che è caro, fra le cose di sempre. Dietro i vetri si accende qualche luce più tenue: i bambini stanno già per andare a dormire, pare di sentirne le proteste recalcitranti e la domanda che – almeno – la lampada accanto al letto resti accesa.
Scatti di scambi ancora, il treno lento cerca la sua strada e dietro le finestre hai il tempo di intravvedere ombre che passano, e luci azzurrine di tv. Le case popolari, tozze e incombenti, sono tutte illuminate nelle stanze in cui ci si affolla in tanti. Cerchi di immaginare l’odore del sugo, e la tovaglia con un’antica macchia di vino che non vien più via. I rumori di sedie spostate, di piatti lavati, e sulle scale il singulto dei vecchi ascensori e l’eco di una lite fra i due inquilini del primo piano, e il verso rauco dei gatti in calore sui tetti del cortile. Poi, avanti ancora, il treno sfiora vecchie ville d’inizio Novecento, rimaste in mezzo ai palazzi con la loro dignitosa aria borghese. Una ha una sola finestra in alto accesa, come se in quella gran casa restasse un unico abitante. Un vecchio, forse, sopravvissuto alla moglie, i figli andati per la loro strada? La finestra solitaria è enigmatica dietro le tende di pizzo che ti pare di sapere ingiallite. E pensi in quella stanza a foto seppiate in cornice, antiche foto con bambini sulla spiaggia sorridenti nella lietezza delle estati anni Cinquanta.
Passano via le finestre senza che tu possa cogliere niente del mistero di quelle vite nelle stanze dietro i vetri lucenti, come schiacciati dal buio. In ognuna un uomo, e i suoi pensieri nascosti forse anche a chi gli siede accanto; qualcuno, forse, prima del sonno prega. Il treno corre e si lascia indietro gli sconosciuti nelle case e le loro preghiere. Quella finestra sola nella grande villa, ti resta in mente con una strana malinconia – quasi ogni estraneo fosse in fondo te stesso. Lo stridore dei freni ti riscuote. Milano Centrale. Quell’uomo dietro la finestra sola, chissà.
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