Trash impegnato
La pelle nera, cotta dal sole. I muscoli che fremono fino allo spasimo nell’annodare le reti. La barba ispida e salata e la nostalgia della casa lontana, là, nel mistero immenso del mare. E un occhio da triglia, a scongiurare qualsiasi riferimento irrispettoso a Omero. Il suo occhio, l’occhio di Raul Bova.
A molti sarà sfuggito, anche perché la pellicola dopo pochi giorni è stata ritirata dagli schermi, ma è uscito un film che ben sintetizza una delle mode cinematografiche degli ultimi tempi: il cinema trash culturale. Già perché Io, l’altro del regista marocchino Mohsen Meliti, prodotto e interpretato dal divo Raoul ha tutte la caratteristiche per poter ottenere l’agognata etichetta. Una dedica impegnativa «alle vittime della guerra al terrore», un tema tosto (la caccia al terrorista), una messinscena sobria che ammicca al Neorealismo (il film è tutto girato su un peschereccio, in presa diretta). Peccato che venga da ridere appena aprono bocca gli attori: perché il monoespressivo Bova, romano, si ostina a recitare in dialetto siculo e il suo partner, lui sì siciliano, è costretto a spacciarsi per marocchino. è solo uno dei tanti cult trash della stagione cinematografica che volge al termine. Si potrebbe fare, per esempio, un Festival della pace con tutte le storie “vere” e pacifiste propinate agli spettatori, da Death of a President, il documentario che racconta la storia di un terrorista che uccide il presidente Bush al multiculturale Babel del messicano Gonzalez Inarritu, un’altra storia “vera”, che mostra poliziotti fascisti americani torturare innocenti palestinesi e messicani. E poi: Una scomoda verità, in cui la causa del surriscaldamento del pianeta è attribuita a George Bush da Al Gore. L’uomo dell’anno, la commedia con Robin Williams nei panni di un comico diventato per caso presidente degli Stati Uniti. E ancora The Usa vs John Lennon, un’altra crudele storia vera: la persecuzione terribile cui fu sottoposto il pacifista Lennon dal governo statunitense. E, a concludere la rassegna, il thriller impegnato dell’anno: Bordertown in cui Jennifer Lopez, indagando sull’assassinio di alcune donne al confine tra Messico e Stati Uniti, trova nel Governo americano, autore del trattato di libero scambio tra i due paesi, il vero colpevole. è la Hollywood liberal, quella dei vari Brad Pitt, George Clooney e Matt Damon, che corre il rischio di fare cinema impegnato, dimenticandosi poi come si fa quello disimpegnato. è stato un disastro (anche al botteghino) il blockbuster Ocean’s 13 condannato dal proprio futile narcisismo.
Anche sul fronte del cinema per bambini, non si è evitato il politicamente corretto: dal sentimentale Happy Feet, con protagonista un pinguino tenero e fesso, all’ultimo slogan Disney, vero e proprio tormentone ne I Robinson: «Andare sempre avanti e fare le scelte giuste». Come se un orfano e solo fosse in grado da solo di fare le scelte giuste e andare avanti.
Il capolavoro? “Le Vite degli altri”
Cosa salvare? Non i sequel, uno più brutto dell’altro, dal secondo e terzo capitolo de Pirati dei Caraibi, che sembrano girati con il materiale di scarto del primo, al terzo deludente Spiderman, all’allucinante Hannibal Lecter – Le origini del male, una sorta di prequel del film di Jonathan Demme, in cui uno sconosciuto attore francese scimmiotta disgraziatamente Anthony Hopkins e nemmeno Notte prima degli esami – oggi, campione d’incasso in Italia, in realtà scialba fotocopia di un primo episodio già scialbo.
Memorabili sono stati altri film: il capolavoro della stagione è stato Le vite degli altri, di un trentenne regista tedesco, un commovente affresco familiare nella Berlino Est soggiogata dal comunismo. Ma ci sono stati altri film buoni e in grado di dire qualcosa di vero come I figli degli uomini di Alfonso Cuaròn, che in un mondo privo di bambini osa sperare in un miracolo, e il dittico di Eastwood sulla II Guerra Mondiale, Flags of Our Fathers e soprattutto Letters from Iwo Jima. E il 2007 è stato l’anno anche di due grandi affreschi cupi e sanguigni, The Departed di Martin Scorsese e Apocalypto di Mel Gibson. è stato l’anno della Hollywood sana de Il diavolo veste Prada (non un capolavoro, ma ben scritto e divertente), del sorprendente The Prestige, un kolossal cinefilo e citazionista sull’ambiguità del cuore dell’uomo e sulla magia del cinema.
Due chicche italiane
E l’Italia? Il cinema italiano bollato da Quentin Tarantino come «schifoso» (non è che il suo ultimo film fosse molto meglio) si autoincensa premiando con parecchi David di Donatello La sconosciuta di quello sporcaccione di Peppuccio Tornatore che ha girato un film volgare e sordido, pieno di nudità e violenze gratuite. I film italiani più belli dell’anno erano altri: Nuovomondo di Emanuele Crialese che, senza ricatti ideologici, ha saputo raccontare con commozione le proprie origini attraverso l’epopea di alcuni emigranti e soprattutto – vera e propria sorpresa di fine stagione- Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti, che, pur incappando in alcuni luoghi comuni, ha saputo raccontare gli anni di piombo attraverso l’amore di due fratelli.
Ci attende un’estate per lo meno divertente: il critico serio (non quello che a metà proiezione se ne esce per scrivere il pezzo, magari su un giornale di prestigio) sa che nei mesi estivi escono le ciofeche dell’anno, i saldissimi di fine stagione, talmente brutti che fanno quasi sorridere. Film per la più parte inguardabili (ma, attenzione, l’anno scorso in questo periodo era uscito il memorabile United 93) che ci costringeranno ad attendere l’autunno. Promette bene No Country for old Men dei fratelli Coen, dal romanzo omonimo di Cormac McCarthy. Potrebbe essere il film dell’anno.
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