Tre indistruttibili nuraghi
Narbolia (Oristano)
Chi capitasse in ore notturne per viale Emilio Lussu a Narbolia, sentirebbe provenire da casa Marongiu Firinu allegri screzi come di scotch da pacco tirato e fissato sul marrone di capienti scatoloni. A Narbolia non c’è passante che, udendoli, non si rallegri di questa turbativa della pubblica quiete. Ogni scricchiolio è un lettore, ogni cigolio è preludio di una nuova storia da raccontare. È Mirella che prepara i libri di Carlo da inviare in tutta Italia, e «persino in Svizzera». Mirella s’affaccenda la notte, ché di giorno ha da brigare: la mattina lavora per portare a casa mille euro al mese («ma anche per avere qualcosa da raccontare a Carlo»), il pomeriggio e la sera li trascorre accanto al marito, inchiodato al letto dalla Sla da una decina d’anni. La notte, Mirella, abituata a vegliare accanto al corpo immobile misurando i secondi al ritmo dei respiri meccanici di Carlo, dorme poco. Così, tanto per non perdere tempo, si mette a impacchettare i pensieri dello spaventapasseri. Di richieste ne arrivano ogni giorno che Dio manda in terra. Undicimila copie vendute tutte con la forza del passamano e passaparola. Con le richieste arrivano le lettere di chi ha letto il vangelo d’ironia e fede di questo vigile del fuoco che, novello Giacobbe, ha combattuto con Dio sulla riva del fiume e ne ha riportato nel fisico il segno della sua vittoria.
Mirella e i figli Ilaria e Damiano non sanno da che parte cominciare il racconto. S’apre un diario dove la donna ha annotato nomi, cognomi, indirizzi e offerte di chi ha chiesto il volume. Accanto a quest’elenco Mirella ha chiosato con certosina cura alcune caratteristiche dei mittenti: «malato», «drogato», «suora di clausura», «cugino di», «sacerdote», «nipote di», «in cerca di fidanzata». Ognuno è una vicenda da epica popolare. Chi scrive non si limita a chiedere copie, vuole dire, vuole parlare, vuole confidarsi. In una lettera un ragazzo, appena uscito dall’incubo della droga, gli esprime tutta la propria gratitudine. Mirella, che in vita sua non ha mai vergato nemmeno «un biglietto d’auguri», gli ha risposto, come fa ormai con tutti da quando s’è arresa a dover usare la carta e la penna, per ripetere ad ogni riga sempre la stessa martellante parola: «Senso». Ha senso questa vita, ha senso questo dolore, ha senso questo calvario di felicità, ha senso quest’offerta di sé che sgretola le ossa e pietrifica i muscoli, ma restituisce una letizia fiera.
In gennaio è passato da casa Marongiu monsignor Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano, che è originario di Orune, il paese delle faide dove il destino non ha mezze misure: o imbracci il fucile o combatti col crocifisso. Monsignor Sanna ha letto il libro di Carlo, l’ha conosciuto, gli ha sussurrato qualche parola e quello gli ha risposto occhieggiando. Da quell’incontro, non passa giorno che l’arcivescovo non parli di Carlo. Qualche tempo fa è capitato che fosse il quarantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale e, in una cattedrale stracolma, ha chiesto ai fedeli un regalo particolare: «Dare la voce a Carlo Marongiu». La festa più bella sarebbe raccogliere soldi per acquistare un sintetizzatore vocale, macchina capace di trasformare lo sguardo in voce.
Da quel giorno a oggi la fantasia della fede è andata al potere. I vigili del fuoco hanno fatto una colletta. S’è organizzata una pesca miracolosa. Le parrocchie e gli asili si sono mobilitati. Un bambino di quattro anni ha mandato una busta con cinque euro. Un pensionato ha svuotato il suo conto postale di tremila euro. In paese s’è organizzata una “Pasquetta a cavallo” dove quaranta cavalieri hanno sfilato per trenta chilometri raccogliendo quasi duemila euro. Un amico di vecchia data s’è dato da fare per far giocare una rappresentativa di Narbolia contro la Nuorese (c’erano Gianluca Festa, Marco Sanna e Gianfranco Zola, che sono andati poi a trovare Carlo). «Un migliaio di persone allo stadio per un incasso di 6.331 euro», scandisce fino agli spiccioli Mirella. Un convento di suore ha ordinato un pacco di libri e inviato un assegno, Mirella glielo ha rimandato indietro «ché loro avranno certo qualche povero da aiutare». Un comitato spontaneo ha organizzato “Due note per Carlo”, manifestazione cui hanno partecipato e suonato gratuitamente i migliori artisti sardi. S’è fatta pure una lotteria e «in una settimana hanno venduto duemila biglietti a un euro». Primo premio la maglia della Nazionale di Zola. Secondo premio “Busta Carlo e Mirella”. Racconta la signora: «Abbiamo messo dentro cinquanta euro e un biglietto: “Possa il Signore ricompensarti della tua bontà”». Monsignor Sanna è andato a Roma da papa Benedetto XVI e gli ha raccontato di Carlo e il Pontefice ha elargito la sua benedizione, ha inviato un rosario e chiesto di essere informato «passo per passo». Per il sintetizzatore bastavano 24 mila euro. Ne hanno raccolti 70 mila. Mirella racconta che «abbiamo deciso di regalare a un quarantenne, ricoverato all’ospedale San Martino, un sintetizzatore. Forse riusciamo a comprarne un terzo».
Mentre la casa di Carlo si riempiva ogni giorno e ogni ora di visite e di nuovi graditi scocciatori, mentre ogni sera la madre di Carlo, Grazia, nella sua maestosa beltà di madonna sarda s’accomodava accanto al letto del figlio sgranando rosari, mentre un’intera diocesi e poi una regione e poi missionari sparsi per i quattro cantoni del globo pregavano per Carlo, mentre accadeva tutto ciò, gli occhi del lottatore s’impestavano di rosso causa ulcere che ne assottigliavano l’apertura delle palpebre. Giovedì 10 maggio casa Marongiu era colma di amici. è passato anche l’arcivescovo perché era arrivato il sintetizzatore vocale e bisognava insegnare a Carlo come usarlo. Ha detto un «sì» e un «no» che sono squillati metallici nella sua camera azzurra come il mare. Di più non è riuscito a fare, causa il nuovo male che gli ha corrotto gli occhi, ultimo baluardo per esprimere la sua voglia di vivere. Ora si procederà con pomate e colliri, con medicamenti e tutto ciò che è necessario. Da par suo, Mirella, ci spera con tutte le forze che Carlo possa ricominciare a muovere bene le pupille. Anche se anni di sacrifici le hanno insegnato che il destino è molto esigente con Carlo ed è chiaro che questa è solo l’ennesima prova di una vita chiamata a consumarsi quotidianamente in un’immobile e luminosa testimonianza. Per cui, dice sottovoce, «se non potesse gioirne lui, ne gioiranno altri». Chissà come ci scherzerebbe sopra quel nuraghe di Carlo. Di certo non si arrenderà nemmeno stavolta. Nel suo libro ha scritto: «So che può guarirmi; so che vuole guarirmi; come, quando, sarà lui a stabilirlo. Io devo solo aspettare che si verifichi intorno a me tutto ciò che lui intende realizzare».
Sassari
Susanna Campus parla solo con gli occhi, ma sa far più chiasso di una banda di mammutones. La sorella Maria Immacolata e la madre Maria Letizia, di tanto in tanto, la prendono in giro: «Susanna, adesso basta, fai parlare un po’ anche noi». Impossibile. Susanna ha da dire, ha da fare, vuole commentare, sfottere, scrivere, scherzare. Vuole conoscere Schumacher, palleggiare con Del Piero, vuole andare al mare, offrire il caffè (e che nessuno s’azzardi a berlo in piedi in sua presenza ché porta male), vuole mangiare, farsi fotografare. Susanna era orafa e pure di talento. La chiamavano «la piccola Cellini». Poi la Sla l’ha costretta a letto, a vivere attaccata a un tubo che la fa respirare. Ma lei non ha smesso di essere entusiasta, solare, estroversa, radiosa come il più discolo dei monelli. Non ha smesso di dire la sua, di aver voglia di conquistare il mondo che nemmeno un Magellano potrebbe essere più desideroso di contar le stelle del cielo. Le piacerebbe tuffarsi nel mare senza aspettare che la digestione faccia il suo corso anche perché, come dice a Tempi dettando i pensieri sull’alfabeto di plexiglass, lei conosce il trucco per accelerare i tempi: «Basta mangiare dentro l’acqua. Non c’è bisogno di attendere».
Susanna non permette a nessuno di tenere il broncio in sua presenza, «qui siamo tutti allegri, mica a un funerale». Tra poco le arriverà il sintetizzatore vocale che l’Asl di Sassari e il primario della Rianimazione Demetrio Vidili hanno acquistato per i malati come lei. Potrà navigare su internet, mandare email, telefonare. I suoi sguardi si faranno parole e poi voce. Chissà allora che chiasso d’euforia invaderà questa stanza ricca di fiori e rosari. Uno è giusto appeso sopra la sua testa. è un regalo di papa Benedetto XVI. Poco tempo fa Susanna gli ha scritto una lettera che l’arcivescovo di Sassari, Paolo Atzei, s’è premurato di portare a Roma. Lo ha fatto perché spera che le sue parole «servano a chi soffre. C’è tanta gente che è malata e non ha la forza di combattere e io voglio dar loro un po’ della mia forza. E consolarli un po’».
Ecco il testo della missiva al Pontefice:
«Sassari, 19 marzo 2007. Santità, mi rivolgo a Lei come una figlia a un padre. Sono Susanna e sono affetta da sclerosi laterale amiotrofica, la terribile malattia che costringe al letto collegata ad un respiratore polmonare. Ma più che la mia malattia, in questo momento, mi fa soffrire tutto il chiasso che si sta facendo attorno a questa patologia, staccare la spina o brutalità di questo genere. Ritengo che la vita sia un dono prezioso e che nessuno debba toglierla; perciò, Santità, la prego di far sentire con forza la sua voce di noi malati, e di pregare per tutti quelli che, come me, vogliono continuare a vivere; ma preghi molto di più per quei disperati che vogliono staccare la spina, loro hanno molto più bisogno di me. Preghi anche per la mia famiglia che mi cura ed assiste con tanto amore e per i medici come il dottor Vidili e tutto il personale della Rianimazione di Sassari che, fortemente, lottano per la vita e tanto mi amano. Ancora una preghiera Le rivolgo: quando si recherà a pregare sulla tomba del suo predecessore papa Giovanni Paolo II, che tanto ha sofferto dignitosamente per la sua malattia, mi raccomandi a lui per avere forza e protezione. Santità, Lei sarà certo ascoltato. Umilmente, ma sinceramente l’abbraccio. Susanna».
Benedetto XVI le ha fatto pervenire risposta tramite monsignor Gabriele Caccia:
«Dal Vaticano, 4 aprile 2007. Gentile Susanna, è pervenuta nelle mani del Santo Padre Benedetto XVI la cortese lettera del 19 marzo u.s., con la quale ella, nel portare alla sua conoscenza il proprio doloroso stato di salute, ha inteso confidargli i pensieri di fede e di profonda umanità che la sorreggono ed illuminano il suo spirito. Sua Santità ha accolto con gratitudine tale gesto di ossequio e di fiducia e, mentre desidera manifestare apprezzamento per la bella e preziosa testimonianza di amore alla vita da Lei offerta, La incoraggia a volersi abbandonare serenamente e con speranza alla volontà divina, per poter sperimentare sempre la silenziosa e consolante presenza del Signore accanto a sé. Con tali auspici, il Sommo Pontefice, mentre invoca copiosi doni di grazia, di fortezza e di intimo conforto, La affida alla materna protezione della Vergine Maria ed invia di cuore l’implorata e speciale Benedizione Apostolica, che ben volentieri estende ai familiari e a quanti Le sono accanto con l’affetto Le offrono l’aiuto caritatevole e competente, con particolare pensiero al dottor Vidili e al personale della Rianimazione di Sassari. Nell’unire la corona del Rosario, donata e benedetta dal Papa, porgo anch’io l’augurio di ogni bene nel Signore e cordialmente La saluto».
Alghero
Per raggiungere l’abitazione di Giovanni Nuvoli occorre attraversare un lungo sentiero sterrato fra alberi in fiore. In giardino i cani abbaiano agli sconosciuti e due grosse tartarughe si sfidano in lentezza per fuggire dallo straniero. Giovanni sta immobile nel suo letto dopo che, poco tempo fa, è stato dimesso dalla Rianimazione dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari. Nuvoli ha chiesto di poter morire, ma oggi si parla d’altro, aiutati dall’alfabeto e dalla cortesia della moglie Maddalena.
Giovanni è un uomo ricco di passioni. Era un rappresentante di birre («Bevete Beck’s» è il suo consiglio dettato con gli occhi), conosciuto nella zona per la perizia con cui sapeva distinguere colori e sapori e per il gioiso spirito con cui invitava gli amici a infilare le gambe sotto una spaziosa tavolata. Ha arbitrato sui campi di calcio e basket della zona, fatto il dirigente sportivo perché la cosa che più gli piaceva «era vedere crescere i ragazzi sotto i miei occhi». Occhi che oggi muove a fatica, facendo scorrere lo sguardo sulle lettere dell’alfabeto. La sera li usa per dettare i suoi pensieri tramite il sintetizzatore vocale che la moglie annota su un quaderno misterioso. Fuori, sul davanzale della veranda, cresce in un vaso scuro una pianta di Sant’Antonio che s’allunga verso il cielo alla ricerca di qualche raggio casuale.
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