Tre ragioni riformiste e politiche per fare la scelta più razionale
Nel dibattito sul voto del 25 e 26 giugno si intersecano tre criteri di giudizio: quello dei contenuti delle proposte, quello dello strumento referendario, quello degli scenari politici. La scelta di votare “sì” o “no” dovrebbe essere generata al loro punto di intersezione.
Il primo: consentire al premier di sciogliere le Camere, porre fine al bicameralismo perfetto, redistribuire più razionalmente le materie di legislazione concorrente tra Stato e Regioni paiono scelte più che sensate. Tutte e tre caratterizzano le democrazie europee più importanti. La prima è quella decisiva. Tutti possono constatare che la democrazia italiana “rappresenta”, ma non “governa”. L’esecutivo debole, di fronte ai poteri legislativo e giudiziario fortissimi, lascia spazio all’autogoverno dei poteri forti e corporativi della società civile. Il prodotto di cinquant’anni di governi deboli, a durata plurimensile, è una democrazia liberal-corporativa e populista, che si involve nel declino. La posizione di chi dice “la Costituzione non si tocca!” appare prigioniera di una retorica ideologica, che copre, poco importa se consapevolmente o no, la potenza degli interessi corporativi. Essi escludono chi non è “corporato”: le giovani generazioni, i disoccupati, i lavoratori precari, i pensionati poveri, le donne che vogliono lavorare, gli immigrati, i soggetti sociali e culturali più piccoli, le minoranze creative, chiunque non sia inserito in una catena di protezione sindacale o politica. Il mercato e le libertà sono sotto tutela. Il governo debole protegge i forti e vessa i deboli.
Il secondo: la via della modifica costituzionale con il 50,01 per cento del Parlamento, inaugurata dal centrosinistra nel 2001 e reiterata dal centrodestra nel 2006, è una scorciatoia breve e reversibile. Il successivo e obbligatorio referendum confermativo è poco “democratico e popolare”: non prevede il quorum, perciò chi si astiene non conta per nulla. Vi partecipa una minoranza militante che decide per tutti: il massimo del giacobinismo!
Il terzo: poichè per il “sì” sta schierato, quasi per intero, il centrodestra all’opposizione, e per il “no” il centrosinistra al governo, qualsiasi opzione si adotti, astensione compresa, ci si schiera. Con quali criteri, se uno ritiene equivalentemente confuse le proposte dei due schieramenti, se giudica inadeguato lo strumento referendario e se, in ogni caso, reputa urgente l’apertura di una nuova fase costituente? Con il criterio politico. Se vince il “sì”, il centrosinistra sarà “costretto” e avrà le risorse per rimettere in discussione il verdetto, avviando una nuova fase di dialogo con il centrodestra. Se vince il “no”, al centrosinistra mancherà l’unità politica per avviare la nuova fase costituente con il centrodestra.
La vittoria del “sì” dà forza alla componente riformista del centrosinistra, un “no” preclude ogni futuro di dialogo, almeno per la prossima legislatura. E ci terremo la Costituzione obsoleta, alla cui ombra è cresciuta una democrazia sbilenca e corporativa.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!