Trovando l’ America
È un peccato che la miglior storia dell’America e degli americani in circolazione non sia disponibile in italiano. Perché, contro tutte le autoflagellazioni dei liberal degli States e le maledizioni degli antiamericani nostrani, Johnson rivendica apertamente la grandezza dell’epopea yankee, e mostra dove abbiano radici quella fierezza, quel senso di appartenenza, quella capacità di reagire che tanto ci colpiscono in queste settimane.
Un libro che è un atto d’amore
«Questo libro è dedicato alla gente d’America – forte, schietta, intensa nelle sue convinzioni, a volte con idee sbagliate in testa ma sempre generosa, con una passione per la giustizia che nessun’altra nazione ha mai eguagliato». Così si apre il volume. E l’elogio è tanto più stupefacente perché non viene da un autoctono, ma da un inglese cattolico conservatore, educato a Oxford nel culto della cultura greca e latina, senza mai una lezione sulla storia dell’America o sulla sua letteratura. «La creazione degli Stati Uniti d’America è la più grande di tutte le avventure umane. Nessun’altra storia nazionale offre lezioni così significative, per gli americani stessi e per il resto dell’umanità. Se sapremo imparare queste lezioni e costruire su di esse, l’intera umanità trarrà benefici dalla nuova epoca che si sta aprendo». Così inizia il libro. Non che sia ingenuo, Johnson, e non sappia «di che lagrime coli e di che sangue» la storia dello zio Sam: «Gli Stati Uniti, fin dagli inizi dell’epoca coloniale, si sono conquistati le loro credenziali alla luce del sole, e le loro macchie sono sotto gli occhi di tutti, e tutti possono riprovarle: l’espropriazione di una popolazione indigena, e la conquista dell’autosufficienza grazie al sudore e alla sofferenza di una razza schiavizzata». Ma delitti e sfruttamenti non sono l’ultima parola; stanno anzi all’origine di una volontà di riscatto e di giustizia: «Secondo il metro di giudizio della storia, errori così dolorosi devono essere controbilanciati dalla costruzione di una società devota alla giustizia e alla correttezza. Sono riusciti gli Stati Uniti a compiere quest’opera? Hanno espiato il loro peccato originale?». Seconda domanda: «È possibile mescolare con successo, nella costruzione di una società, gli ideali e l’altruismo con il desiderio di possesso e l’ambizione, qualità senza le quali nessuna società può esistere? Sono riusciti gli americani a costruire una nazione in cui la salvaguardia dei diritti abbia la meglio sull’interesse individuale?». Terza: «Gli americani in origine volevano costruire una nuova “città sul monte”, ma si sono ritrovati a disegnare una repubblica fondata sul consenso, destinata a diventare un modello per l’intero pianeta. Si sono rivelati davvero un buon esempio per l’umanità? E continueranno a esserlo nel nuovo millennio?».
La civic religion degli americani
La risposta è, nonostante le ombre, un triplice sì. E la ragione è contenuta nella radice stessa dei primi coloni stanziati nel Nuovo Mondo. Desiderosi di arricchirsi e assetati di avventura, essi erano però animati anche da una sincera fede religiosa, dal desiderio di costruire la nuova Gerusalemme, una società in cui ciascuno potesse servire e adorare liberamente Dio. «Non c’è dubbio che la Dichiarazione d’Indipendenza era, insieme, un atto secolare e un atto religioso, e che la guerra d’indipendenza godesse del favore della Divina Provvidenza». Le ondate successive di immigrazione si sono innestate su questa base, e hanno dato vita a quel fenomeno affatto peculiare che è la civic religion degli americani: un senso – che a noi europei può sembrare un po’ gioviale, ma è assolutamente radicato – della giustizia e dell’ordine come fondamento della libertà di render culto a Dio come si vuole. Johnson non nasconde nulla delle tragedie della storia americana, dallo sterminio degli Indiani allo schiavismo ai massacri dei civili in Vietnam. Spiega che sono legate al prevalere, all’interno della civic religion, della dimensione puritana, che mette l’accento sul ruolo del “popolo eletto” a discapito di tutti gli altri. Ma, mentre da un lato fa giustizia di tante ricostruzioni manichee, mostrando come la realtà non fosse sempre in bianco e nero come è stata sovente presentata, dall’altro ricorda che la civic religion ha i suoi anticorpi: anche le proteste che hanno, presto o tardi, posto fine a quei drammi, sono venute dall’interno della società statunitense, da quel senso elementare di giustizia che, per quanto rinnegato, rimane la pietra angolare del “sogno americano”.
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