Truffatore Moore
Continua a girar voce che il regista Michael Moore prenderà in qualche modo parte alle iniziative di protesta contro la visita di G.W. Bush in Italia. Vero o falso che sia, bisogna riconoscere che la sua presenza si sposerebbe bene con l’animo profondo dei manifestanti. Moore, fresco vincitore della Palma d’oro a Cannes, è la quintessenza del mistificatore di talento, del falsario di successo. Del suo “Fahrenheit 9/11” Andrew Anthony, critico cinematografico dell’Observer (settimanale filo-laburista critico della politica di Blair sull’Irak), ha scritto: «Con un paio di eccezioni, è un trionfo di editing (“manipolazione” – ndr). In verità si può dire che Moore è il regista più ideologico ed emotivo dai tempi di Sergei Eisenstein, il propagandista sovietico che sviluppò una sorta di montaggio pedagogico. Mettendo fianco a fianco eroi e cattivi, percorre una via di mezzo fra la commedia politica e la realtà tragica con inebriante allegria». Come già in “Bowling for Columbine”, vincitore dell’Oscar come miglior documentario, in “Fahrenheit 9/11” abbondano i falsi, gli accostamenti fuori contesto e le illazioni. Nel film-documentario in cui si racconta la storia di due studenti che hanno compiuto una strage con armi da fuoco nella loro scuola a Columbine nel Colorado, Moore ha fatto passare per una fabbrica di armi di distruzione di massa «che venivano trasportate di notte quando i bambini di Columbine dormivano» una fabbrica di missili meteorologici e satelliti tivù della Lockheed Martin; ha pesantemente manipolato sequenze di interventi pubblici dell’attore Charlton Heston, ex presidente della lobby per la difesa del diritto dei cittadini a portare armi, facendo sembrare un unico arrogante discorso pro-armi quello che è un montaggio di frasi prese da interventi diversi; ha mostrato Heston che si allontana dopo un’intervista ignorando la toccante immagine di una bambina uccisa da armi da fuoco che il regista gli mostra, mentre in realtà l’inquadratura di Moore con la foto è stata aggiunta posteriori, e via andando con le scorrettezze.
In “Fahrenheit 9/11” un falso svetta su tutti: Moore ripropone acriticamente la leggenda metropolitana secondo cui ai parenti di Osama Bin Laden negli Usa sarebbe stato concesso di ripartire per l’Arabia Saudita quando ancora tutti gli aeroporti americani erano bloccati per i controlli post-11 settembre. In realtà il volo in questione è partito dagli Usa il 20 settembre, quando gli aeroporti erano già tornati in funzione da una settimana, e dopo che 22 dei 26 passaggeri erano stati sottoposti ad interrogatorio dall’Fbi ed era stato appurato che non avevano avuto contatti recenti con Osama Bin Laden. Due anni e mezzo dopo gli attentati, nessuno dei 142 sauditi che hanno lasciato il territorio americano dopo l’11 settembre risulta coinvolto in faccende di terrorismo. Invece Moore è coinvolto in un altro caso di diffusione di notizie false: ha fatto sembrare il rifiuto della Disney di distribuire il suo film un intervento censorio, mentre in realtà la decisione gli era stata comunicata già un anno fa, prima ancora che girasse il documentario. Che simpaticone.
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