Truffi l’azienda? Il sindacato ti aiuta. La demenza senile dell’operaismo
Archiviate utopie e vulgata pansindacalista, le organizzazioni dei lavoratori hanno perso la propria influenza avanguardista, finendo per diventare poco più di un ufficio legale d’assistenza: il mastodontico apparato che le sorregge produce burocratismo e vive del medesimo. Intanto le fabbriche, sempre più, diventano anche il luogo dell’incontro tra culture e identità differenti, al punto che, fino a qualche anno fa, lo scontro indigeni-immigrati sembrava l’irrisolvibile dilemma del nuovo secolo. E ora che il fermento sembra essersi spostato nella lotta intestina tra immigrati, con da una parte quelli che sono divenuti ottimi lavoratori responsabili e dall’altra quelli che hanno fatto dell’essere “immigrati” il grimaldello del vittimismo, questi ultimi, spesso protetti e coccolati proprio dalle organizzazioni sindacali, rischiano di divenire l’ostacolo principale della convivenza. Accade così che il sindacalista di base si ritrovi schiacciato tra il proprio dovere e il burocratismo del sindacato.
Un esempio? In un’azienda tessile dell’Alto Varesotto succede che in un diverbio tra le due tipologie di immigrati, il “vittimista” simuli platealmente di essere stato aggredito dall’extracomunitario “integrato”, si rechi in un pronto soccorso e pretenda dall’azienda il risarcimento di un infortunio mai avvenuto e una lezione esemplare per il connazionale. L’azienda, accertata la verità attraverso numerosi testimoni, decide di contestare la richiesta e ammonisce simbolicamente entrambi i lavoratori con una sospensione. Il sindacalista di base, concorde con l’azienda, comunica all’iscritto “vittimista” di non aver alcuna intenzione di contestare il provvedimento, e che rubare soldi all’Inail e tentare di danneggiare un altro lavoratore è moralmente inaccettabile. Parrebbe un epilogo razionale e coerente, senonché i funzionari sindacali invece di affidarsi all’attenta vigilanza del proprio delegato di fabbrica, decidono di richiedere un incontro con l’azienda, contestando il provvedimento per il “vittimista” che ha mentito e ordito scientemente una truffa. La ragione ci liberi dal burocratismo, la malattia senile del sindacalismo.
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