Tu chiamala se vuoi, “beneficienza” (finanza coranica 3)

Di Stefanini Maurizio
22 Novembre 2001
In Turchia e in Siria è vietata, in nome della laicità; in Iran, Sudan e Pakistan è invece l’unica permessa.

In Turchia e in Siria è vietata, in nome della laicità; in Iran, Sudan e Pakistan è invece l’unica permessa. Per il resto, banche islamiche e banche all’occidentale sono in concorrenza, con le seconde che prevalgono, ma con le prime in rapida espansione. Intorno alla Banca di Sviluppo Islamico, nata nel 1975 con la partecipazione di 44 Paesi, è nato col tempo un vero e proprio sistema fatto da banche da essa dipendenti che operano in Paesi musulmani poveri; dalle banche nazionali di alcuni Paesi del Golfo; da alcuni colossi internazionali come le saudite Dallah Al-Baraka e Al-Rajhi Banking and Investment Company, le kuwaitiane Kuwait Finance House e The international Investor, la Faysal Islamic Bank del Bahrein e la svizzera Dar Al-Maal Al-Islami Trust. In tutto, a fine 1998 erano 200 banche, con un ammontare di depositi pari ai 140 miliardi di dollari, e con una penetrazione pari al 10% dei depositi dei Paesi del Golfo, e al 20% di quelli del Kuwait. Nel settembre 2001 si calcolavano 230 miliardi. A partire dalla Citibank, vari istituti occidentali hanno cercato di buttarsi sul business, aprendo sussidiarie o sportelli e offrendo prodotti “a prova di Corano”. Di recente, accanto alle banche sono comparsi 25 fondi di investimento etico, che gestiscono 3 miliardi di dollari con l’impegno di evitare non solo l’interesse e l’azzardo, ma anche altre attività haram (proibite) come la produzione di alcool. Nel novembre 1998 è stato lanciato un Socially Aware Muslim Index basato su 399 compagnie, cui si è aggiunto nel febbraio 1999 un Dow Jones Islamic Market. Ma non tutti i teologi sono d’accordo. Dall’Università cairota di Al Ahzar, la più autorevole del mondo islamico, l’imam Al-Tantaui, che potrebbe essere considerato una specie di Ratzinger sunnita, continua a lanciare strali contro le banche “religiose”, sostenendo che “sono le banche laiche le più vicine allo spirito dell’Islam”. D’accordo: Al Ahzar è controllata da vicino dal governo egiziano, che notoriamente vede gli integralisti come il fumo negli occhi. Nel 2000 fu il settimanale filo-governativo egiziano Akhbar al Yom a pubblicare un sarcastico dossier, in cui dimostrava cifre alla mano che le “compravendite” degi istituti islamici finivano per portare via dalla tasca del cliente molto di più che non la riba. D’altra parte, è notorio che i fondi raccolti in modo “conforme” vengono spesso reinvestiti senza troppi scrupoli in investimenti che finiscono in disastri: nel 1992 la banca islamica britannica Albaraka International Bank fu travolta dal crack della Bcci, in cui aveva messo i soldi dei fedeli su depositi a interesse classici; nel 1997 è stato un istituto islamico egiziano a perdere 400 milioni di dollari in speculazioni su oro e divise sulla Piazza di Londra. Conclusione: molti fedeli hanno trovato un compromesso fai-da-te, che consiste nel servirsi dei circuiti normali per poi dare in beneficienza tutto ciò che potrebbe costituire riba. D’altra parte, è proprio la stretta associazione tra affare e beneficienza uno dei fulcri del sistema bancario islamico. Ma proprio questa beneficienza è ora finita nell’occhio del ciclone, quando si è visto che gran parte di questa finiva poi in conto finanziamento jihad. Come a dire: “investire in vigneti è haram, ma ammazzare gli infedeli no”. Quanto alla penetrazione in sé di Al-Qaeda nei circuiti della finanza islamica, in sé significherebbero poco: in fondo non è che la finanza normale sia stata immune! Il guaio, però, è che si è scoperto come Bin Laden avesse saputo sfruttare a fondo proprio certi istituti della tradizione finanziaria islamica per spostare grandi somme senza lasciare traccia. In particolare l’hawala, un sistema di compensazione informale sulla fiducia, io deposito a te qua, tu ritiri là, che non lascia alcuna traccia contabile. Risultato: da Manama, capitale del Bahrein, il vertice dei banchieri islamici che si è tenuto in contemporanea con l’incontro del Wto nella vicina capitale qatarina di Doha ha protestato contro il clima di “caccia alle streghe” che sarebbe creato dalla stampa occidentale. Ma non sono solo i giornalisti e i poliziotti “cristiani” ad essersi scatenati appresso ai percorsi delle hawala. Dal 28 ottobre lo stesso governo kuwaitiano ha messo sotto controllo le associazioni caritative del Paese, dopo che il gruppo liberale in Parlamento aveva denunciato come almeno un centinaio tra queste stessero raccogliendo fondi per i terroristi. Mentre pure il governo somalo provvisorio messo in campo nell’agosto del 2000, per quel pochissimo che conta, ha annunciato inchieste sulla società di telecomunicazioni e trasferimento di fondi Al-Baraka. Malgrado così venga tagliato quel flusso di 300 milioni di dollari l’anno in rimesse della diaspora, che è ormai la principale risorse economica del travagliato Paese africano.

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