Tu chiamale, se vuoi, emozioni
Dalla «maglietta fina» alle «macerie che ti guardano». Dal Baglioni dei vent’anni, a quello dei cinquanta. «Equilibrio instabile, schiavo delle mie passioni e delle mie emozioni» cantano gli Stadio. Scagli la prima pietra chi non è passato di lì anche se c’ha “l’educazione alle regole”. Bisognerebbe farsi castrare per preferire le regole alle passioni e alle emozioni. Esse adombrano nella carne una felicità che, anche quand’è soddisfatta, chiama subito più in là. In fondo, dice Pavese, «il sesso è un incidente». Ma cos’è che suggerisce la fissazione su emozioni e passioni, “e non c’è niente più in là”? Tutto cospira a tacere di noi, un po’ come un piacere da morirci dentro. E poi che ricominci il tran tran. Insomma, una serie di begli o brutti incidenti sarebbe la vita. E non solo nel privato. Ora si vuole che sia scritto nei codici, che diventi legge, questo inseguimento a un continuum di euforia emozionale. Tant’è che si fa richiesta politica di emozioni e passioni (di spinello, eutanasia, procreazione come ti pare e piace a te) a patto che non insegnino a guardare più in là, ma perseguano il malinconico ricordo fissato dall’emozione e l’orgogliosa rivendicazione della propria autonomia.
In principio? In principio c’è il malinconico Rousseau. Ma è Hannah Arendt, che ha capito tutto: una folla così sentimentale è già pronta al totalitarismo. «Il ricordo malinconico è lo strumento migliore per dimenticare del tutto il proprio destino. La premessa è che il presente stesso sia stato trasformato già in passato sentimentale. Il potere e l’autonomia dell’anima sono assicurati. A prezzo della verità che, senza realtà, realtà condivisa con altri uomini, perde ogni senso». Perso ogni senso tutto è possibile. Perché fermarsi all’eutanasia di vecchi rimbambiti e malati terminali? Perché non darla anche ai portatori di handicap come fece già Hitler con decreto legge dell’1 settembre 1943, d’altronde anche lui era un genio della comunicazione, raccomandando ai suoi dottori di usare quella parola che usiamo ancora noi oggi, sui giornali, senza vergogna, “morte dolce”? E perché fermarsi allo spinello libero o alla manipolazione degli embrioni? Perché non l’eroina, perché non la clonazione e tutte le possibilità di variato godimento (?) sul tema? Perché no, se sono autosufficiente, se mi faccio da me e dunque decido io? Perché ci devono pur essere delle regole. Già. E perché ci devono essere? Per tenere in piedi un minimo di convivenza civile. Bene, per adesso teniamoci in piedi. Poi, la prossima settimana, ne riparliamo.
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