
Tutti i numeri del presidente (aspettando un leader)
Bush, o forse di nuovo Gore. L’impasse dell’elezione presidenziale continua a divertire molti americani, ma le cose stanno cominciando a cambiare. Il Paese è politicamente diviso, non da “un’ideologia” ma dagli interessi particolaristici di gruppi razziali, etnici, generazionali e di genere sessuale. Dietro e sopra tutto questo, c’è una frattura culturale che sta raggiungendo dimensioni preoccupanti nel Paese. La divisione classica tra ricchi e poveri non ha infatti costituito – almeno direttamente – un grosso fattore di influenza sul risultato elettorale, come era prevedibile durante questo periodo di stabilità economica. In effetti, la situazione economica favorevole sembra aver danneggiato il Vice-presidente Al Gore che aveva incentrato la sua campagna sui temi del conflitto, appellandosi alle divisioni tra classi sociali, con una forte condanna retorica del capitalismo. Il risultato è stato che tra quegli elettori persuasi che l’economia sia in buona forma, Bush ha vinto con 6 punti percentuali di margine! (mentre nel 1996 gli elettori con un reddito familiare inferiore a 50mila dollari l’anno costituivano il 61% degli aventi diritto, quest’anno rappresentano soltanto il 46%). Gli iscritti ai sindacati, al contrario, ancora guidati da leader fortemente avversi al mondo finanziario-aziendale, hanno appoggiato Gore in massa. Indubbiamente, dal punto di vista economico, i risultati del voto finale per Gore sembrano somigliare più a quelli di Walter Mondale che a quelli di Bill Clinton. Per differenziarsi da Clinton, Gore si è rivolto ai membri ideologicamente schierati del suo partito, perdendo di conseguenza molti dei Democratici di centro che Clinton aveva strappato ai Repubblicani. La divisione razziale è stata un fattore importante per queste presidenziali, con il 90% dei voti dei neri a favore di Gore (in Florida, ad esempio, i neri formavano il 15% degli elettori registrati, e il 16% del voto finale). Gore ha superato Bush di 10 punti nei voti dei neri. Gli ispanici hanno votato 63 a 33 per Gore, un margine leggermente più sottile di quello del 1996. Con i voti guadagnati fra gli ispanici e il voto di massa dei bianchi, Bush è riuscito a pareggiare i voti etnici di Gore. Un’altra divisione di qualche interesse è stata quella per fasce di età, dove Gore è riuscito a conquistarsi gli anziani evocando lo spettro della minaccia al sistema della previdenza sociale. Così gli over 60 hanno preferito Gore con un margine del 5%, il più ampio rispetto a qualsiasi altra fascia di età. Ma la divisione più significativa è stata senza dubbio quella fra maschi e femmine. Alcuni osservatori hanno affermato che se ci sono stati tanti voti Repubblicani quanti quelli Democratici è perché ci sono tanti elettori maschi quanti di sesso femminile. Bush è stato preferito dagli elettori di sesso maschile con un margine di 9 punti percentuali e Gore dal sesso femminile con un distacco di 12 punti sul rivale. Bush ha ottenuto i voti dei maschi bianchi con un margine di preferenza del 23%. Se i neri non avessero votato, i Repubblicani sarebbero oggi alla guida del Paese con una vasta maggioranza. Se poi non avessero votato nemmeno le donne, la vittoria sarebbe ancora più schiacciante. La ripartizione del voto per generi dimostra l’importanza della frattura culturale che è la vera chiave di lettura di queste elezioni. La maggioranza delle donne americane non si identifica nell’agenda ideologica delle femministe, ma apprezza decisamente le recenti conquiste dell’auto-determinazione femminile. Queste rivendicazioni sono appoggiate da quel centro che decide le elezioni, preoccupato dai cambiamenti culturali, ma che non vuole per questo tornare al passato. È la stessa mentalità di chi ha condannato la condotta di Clinton, ma non ha voluto che fosse rimosso dal suo incarico (e certamente la controversia sull’impeachment ha rappresentato un buon preambolo per queste elezioni. In molti casi, il “fattore Clinton” è stato l’elemento nascosto di influenza sul voto. Non a caso il 27% degli elettori ha affermato di votare per esprimere una posizione su Clinton). Questa incertezza, più che la divisione tra il nocciolo duro dei Democratici e gli attivisti Repubblicani (per i quali sono importanti i fattori razziali, religiosi e di sesso) è la ragione per cui l’elezione presidenziale è stata caratterizzata da un testa a testa così stretto. I “centristi” vivono nelle periferie delle grandi città, un dato che si riflette nella grande divisione aree urbane/aree rurali, mostrata dai risultati del voto, con la zona delle grandi città sulla costa schierata con Gore e il centro del Paese con Bush. Non è perciò una sorpresa che proprio la Florida, dove le due aree si incontrano, rappresenta oggi la chiave per la vittoria. Il meccanismo elettorale americano è stato specificamente studiato per impedire la formazione di maggioranze schiaccianti, e il risultato di queste ultime presidenziali dimostra che funziona davvero bene. Gli americani sono disposti ad unirsi intorno al vincitore legittimato da questo sistema: per questo hanno atteso con pazienza che l’impasse venisse risolta. Oggi lo zoccolo duro dei due schieramenti si accusa di aver violato il dettato costituzionale, e comincia a diffondersi l’impazienza nel centro. Perciò l’intervento della Corte Suprema deciderà per quanto ancora gli americani sono disposti ad aspettare. Nel prossimo futuro, la divisione culturale nel Paese si farà ancora più profonda e i politici saranno sempre più incerti e polarizzati, a meno che non intervenga qualcuno che sappia guidare gli americani a separare le loro nuove libertà dall’ideologia della cultura radicale.
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