Tutto il buono della devoluzione
Cosa c’insegna l’esperienza lombarda? Quali sono i primi importanti risultati che la Lombardia può portare come paradigma per tutto il Paese?
Le due riforme più significative realizzate dalla Regione Lombardia sono certamente quella della Sanità e quella del Buono scuola, ma bisogna ricordare anche il Buono anziani e, in prospettiva, il Buono formativo personale: in una parola, tutta l’apertura all’accreditamento, alla formula del vaucher. Che significa una rivoluzione nelle politiche d’attenzione alla persona, alle imprese e allo sviluppo. Tuttavia, preferisco non utilizzare la parola “paradigma”.
Perché?
Perché se qui in Lombardia noi crediamo in quest’impostazione e la stiamo sperimentando con risultati positivi – in certi casi anche molto positivi – non vogliamo imporre niente a nessuno. E quindi nel campo della Sanità ogni regione decida in coerenza con la propria impostazione, secondo quelle competenze piene ed esclusive che anch’io mi sono battuto per far riconoscere.
Vorrei ricordare brevemente i tre capisaldi della riforma sanitaria lombarda. Innanzitutto la libertà di scelta per il malato: il cittadino può scegliersi il medico, il laboratorio dove fare gli esami o l’ospedale dove farsi ricoverare. Poi l’equiparazione tra operatori pubblici e privati: per completare l’offerta al cittadino, la Lombardia ha scelto, attraverso l’accreditamento, di aprire il servizio sanitario regionale ad alcune strutture private capaci di garantire un alto livello di qualità e insieme il regime di prezzi indicato dalla Regione. Infine un caposaldo organizzativo: la separazione tra chi eroga il servizio, ovvero gli ospedali, e chi lo paga, cioè le aziende sanitarie. Gli ospedali non devono pensare a nient’altro che a curare il malato, del pagamento si occupa un’altra struttura, l’azienda sanitaria, che oltre a questo compito ha anche quello di scegliere chi offre le prestazioni migliori, la massima qualità col massimo risparmio. Così si mettono in concorrenza tra loro strutture pubbliche e private. S’è fatta molta polemica accusando questo sistema di costi più alti: non è vero. Certo, un aumento di spesa, in senso assoluto, c’è stato: se prima della riforma la Regione erogava circa 65-70 milioni di prestazioni sanitarie, oggi ne eroga oltre 100 milioni! Ma è calato il costo della singola prestazione. Inoltre i lombardi che ieri dovevano rivolgersi al privato per le prestazioni eccedenti quei 60 milioni d’interventi garantiti dalla Regione, oggi pagano di meno. Ma la parola definitiva la dicono i dati: rispetto alle altre grandi regioni italiane la Lombardia è quella con il deficit sanitario pro capite più basso: poco più di 500mila lire per abitante. In Emilia Romagna, per fare un confronto, si supera il milione (tant’è vero che la Regione ha dovuto imporre tasse), e nel Lazio (gestione Badaloni), si arriva quasi al milione e mezzo.
Si sente anche di malati che usufruiscono dei servizi sanitari lombardi, ma provengono da altre regioni…
Oltre il 10% delle prestazioni sanitarie regionali vengono erogate a non lombardi: cittadini di altre regioni o stranieri. Un dato che indica la qualità, la capacità di richiamo del nostro sistema.
E parlando di scuola?
È l’altra grande rivoluzione lombarda. La Regione eroga il buono scuola a tutti gli studenti delle scuole elementari, medie e superiori, coprendo il 25% delle spese si tratti d’istituti statali o non statali, fatto salvo per una franchigia iniziale di 400mila lire. Perché abbiamo imposto questa franchigia, su cui c’è stata una grandissima polemica? Perché la scuola fornisce un servizio. E un servizio va pagato. Allora le prime 400mila lire le paga lo studente, di tasca sua. Se poi una scuola di qualità richiede spese ulteriori, interviene la Regione con un buono scuola del 25%.
Obiezione: così la Regione paga la scuola dei ricchi…
È falso, e i dati lo dimostrano: la metà dei buoni sono stati assegnati a famiglie con un reddito lordo pro capite inferiore ai 20 milioni all’anno e un altro 25% a famiglie con reddito pro capite inferiore ai 30 milioni l’anno. Dunque il 75% dei buoni finisce a famiglie con un reddito lordo inferiore ai 90 milioni (se formate da 3 persone). Questa è la migliore dimostrazione che alle scuole cosiddette “private” s’iscrivono anche i figli del ceto medio e i figli delle famiglie che faticano a tirare fine mese. Perché la scuola è una scelta di qualità, c’è gente che fa sacrifici, che rinuncia alle ferie pur di mandare il figlio a scuola. Ed è questa gente che io ho inteso ricompensare di un’antica ingiustizia. L’aiuto a chi ha redditi superiori invece è molto limitato. Ma poi: perché scandalizzarsene? Viviamo in un Paese dove la sanità è gratuita per tutti, il miliardario curato in ospedale non paga una lira: la salute è un bene primario. Ebbene: io dico che anche l’educazione è un bene primario. La Lombardia ha sostenuto uno sforzo enorme stanziando 100 miliardi per il buono scuola, senza avere competenze specifiche nel settore, solo per la volontà di dare alle famiglie quest’opportunità. Riconosciuta anche dalla Costituzione, dove sta scritto che la scuola per il figlio la sceglie il genitore, non il ministro della Pubblica Istruzione. Ma la materia grigia è quel che conta anche nella competizione globale, ecco perché la Regione sta investendo nella scuola, nella net-economy, nella formazione professionale (dove è cominciata l’esperienza del buono formativo personale), ha aiutato le università lombarde a diventare 12 e, già nel 1998, aveva stanziato 30 miliardi per una convenzione con le scuole materne non statali. Concludo dicendo: questo è l’inizio della devolution. L’inizio della devoluzione scolastica è riconsegnare più poteri ai cittadini.
A proposito di devoluzione, immagino che Bossi, prima di presentare il suo pacchetto, si sia consultato col governatore di una Regione già avviata verso la devolution…
La bozza presentata da Bossi e anticipata dalla stampa mi sembra molto buona. Soprattutto, è quella che ci si attendeva. Chi grida alla sorpresa e allo scandalo è un fariseo. D’altra parte le regioni governate dal centrodestra avevano presentato programmi simili già alle elezioni regionali del 2000, e si sa come sono finite. Le stesse misure erano nel programma della Casa delle Libertà alle elezioni del 13 maggio scorso, e anche lì il popolo ha parlato. Si tratta di una devoluzione che investe sanità, scuola e polizia locale. Una devoluzione graduale, com’è proprio di ogni vero processo di devolution che è una cosa complessa: bisogna attuare una riforma costituzionale, poi delle leggi ordinarie, e soprattutto trasferire risorse (perché se quello che ieri faceva lo Stato, oggi lo fanno le regioni, è chiaro che le linee di bilancio che permettevano allo Stato di pagare quei servizi vanno trasferite). Dunque è una cosa complessa. Ma cominciamo. Quando quest’intervista verrà pubblicata sapremo la data del referendum sul titolo V della Costituzione. E credo che sarà già stato presentato ufficialmente il pacchetto del governo su queste materie. Io dico: usiamo il tempo che ci divide dal referendum per avviare il confronto tra Stato e regioni. Così, il giorno dopo il referendum, il governo potrà presentare il suo progetto in Parlamento. Ma avrà alle spalle alcune settimane di lavoro. Poi il referendum deve perdere ogni valenza polemica, serve un clima di collaborazione nazionale. Ho sempre detto che alla riforma dell’Ulivo mancavano certe cose e altre erano sbagliate, ma c’era una base positiva. L’approvazione del referendum e della devolution permetterà di correggere questi errori.
Il quadro complessivo del Paese dopo il G8 è preoccupante, anche per la crisi dell’opposizione…
Innanzitutto è preoccupante quanto abbiamo visto a Genova. L’esplodere di una violenza cieca, irrazionale, di una volontà di pura distruzione. L’emergere drammatico di uno dei filoni del nichilismo occidentale che non a caso ha scosso moltissimi. È una fatto con cui fare i conti: nel ventre della nostra società covano questi istinti di morte, di violenza pura, di distruzione e di autodistruzione. Non è soltanto un fatto politico, è un fatto di costume, di cultura o di degenerazione di cultura, su cui dobbiamo tutti riflettere. In secondo luogo c’è un’opposizione che in pochi giorni, vorrei dire in poche ore, ha compiuto un balzo all’indietro di decenni. L’ex Pci è stata la principale forza di governo per 5 anni e aveva fatto uno sforzo di recupero di cultura istituzionale. In poche ore, ha scelto di rinnegarla per accodarsi al movimento di piazza, con alcune dichiarazioni di connivenza, se non addirittura di copertura, verso le violenze, e di attacco alle forze dell’ordine. La mozione di sfiducia personale al ministro Scajola è stata poi strumentale oltre che poco saggia dal punto di vista della tattica parlamentare: poteva essere più intelligente una commissione d’indagine parlamentare. Perché se è davvero successo qualcosa di non positivo, va criticato e messo allo scoperto, prendendo tutti gli opportuni provvedimenti. Invece il partito Ds s’è mostrato allo sbando, dilacerato, in preda a mille polemiche e infine pure sbeffeggiato dal movimento no-global.
Lei è uno fra quelli che auspicano una leadership di Cofferati?
Ragionando da un punto di vista egoistico dico di sì, nel senso che ritengo che la scelta di Cofferati arroccherebbe i Ds su una posizione di maggiore chiusura e d’opposizione per molti anni. Credo invece che l’Italia abbia bisogno di una sinistra di stampo europeo, una sinistra socialdemocratica, più pericolosa per chi sta nel centrodestra perché può costituire un’alternativa di governo.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!