Tutto il mondo è caffè
Subito la domanda di senso: il caffè va bevuto dolce o amaro? Ecco la risposta definitiva: «Il caffè non esiste amaro perché, se di altissima qualità, è dolce di suo». Dalla sua scrivania così Andrea Illy. Siamo a Trieste, città di mare, di confine, di nostalgia. Ma anche di slanci imprenditoriali che hanno fatto il giro del mondo. Come dimostra la storia dell’azienda Illy che quest’anno compie 74 anni. Andrea Illy ne è il presidente. «Ci sono entrato a tempo pieno nel ’90, ma ho cominciato a darmi da fare a 13 anni perché dovevo comprarmi la Vespa. Ricordo bene l’estate a confezionare barattoli. Intanto studiavo e ho deciso di specializzarmi in chimica, in funzione dell’azienda. Aiuta a fare meglio questo mestiere. Sono chimico di seconda generazione, ho seguito le orme paterne». Il nonno Francesco era partito con il commercio di spezie. Passando poi al ciccolato. Aveva quasi un’ossessione per l’eccellenza e non si raccapezzava del fatto di non riuscire a trovare una soluzione efficace al problema della carta stagnola che rimaneva incollata alla tavoletta e ai cioccolatini».
L’innovazione nella pressurizzazione
«Gli dava così fastidio che decise di cambiare. Scelse il caffè e fu un’ottima decisione. Pensi che in principio vendeva più caffè in Sicilia che sul proprio territorio. Ma i tempi di consegna certo non favorivano, spesso la merce arrivava scaduta. Allora ha inventato la pressurizzazione, che ancora oggi usiamo. Quindi una tecnologia che porta il nome di Illy». Come altre soluzioni partorite nel tempo a conferma della sua anima innovatrice. Fa sapere Illy: «Su sette innovazioni radicali che c’entrano con il mondo del caffè, cioé sulla nuova tecnologia di processo e di prodotto, tre sono nate qui. E riguardano la formula stessa dell’espresso, con l’acqua a novanta gradi, la pressurizzazione e il caffè in cialde».
Da queste parti la missione è quella di realizzare il miglior caffè che esista. E proporne l’aroma esclusivo in tutto il mondo. Mica facile, vero? «È fondamentale tirare fuori il meglio dalla natura senza interferire con essa. E una volta che si ottiene un ottimo chicco è necessario esaltarne le qualità con la tecnologia». Insomma, la tazzina che sorseggiamo amabilmente, a casa, in ufficio, al bar, è il frutto di una buona opera, di un percorso industriale disegnato di tornanti. Peccato che il più delle volte facciamo fatica a sorprenderci del piacere di sorseggiare. Eppure… «Eppure qualcosa sta cambiando. Come è accaduto per il vino, per cui si capisce che non tutti i caffè sono uguali e che bere il caffè è pure un’esperienza estetica, culturale». Già, perché ripensandoci, questa bevanda ha sempre suscitato piacere e ammirazione in circoli letterari e ambienti artistici. Ed è bello pensare come è vera l’espressione “paese che vai caffè che trovi”, anche se poi noi italiani ci teniamo ben stretti l’espresso. «Certo è così, però anche in Italia ogni zona tiene molto alla sua particolare cultura del caffè». E a proposito di cultura, Trieste ne sa. Ha vissuto lo splendore dell’impero come il suo tramonto.
Molti la vedono tuttora ancorata a una magnificenza che non c’è più, a un sentimento diffuso di nostalgia che si respira proprio nei suoi caffè. Illy, cognome ungherese che richiama passione, stile, vicende umane e artistiche della stagione che fu, rappresenta una Trieste che guarda avanti, che si impone, che ha riportato in auge questa terra nel mondo.
Un nuovo concetto di bar
Se è vero come è vero che negli Stati Uniti l’Illy caffè è un fatto da venticinque anni, un’occasione quotidiana d’incontro. «Sentiamo forte questa responsabilità. Sia come famiglia Illy e sia come gruppo di collaboratori. Ci rende orgogliosi essere riusciti a calamitare la Trieste più dinamica, nell’impegno dell’azienda, ma anche in quello sociale o civile di alcuni membri della famiglia (il fratello Riccardo è attualmente il presidente della regione Friuli Venezia Giulia, ndr).
Talvolta ci sentiamo un po’ strani, perché viviamo in una città dove permane una parte che frena, conservatrice, che vive come nel limbo, in attesa di incontrare un principe azzurro. Ciò comunque non intacca la nostra voglia di fare, di proporci, di crescere, di far conoscere e apprezzare Trieste dappertutto». Il Gruppo, infatti, cresce. E della sua strategia di affermare un gusto superiore su scala internazionale si è occupato recentemente il New York Times nella sua versione on line. Argomento
che stuzzica assai, ossia i bar chiamati Espressamente Illy.
Si tratta di vere e proprie boutique di moda per gli amanti dell’espresso italiano. Luoghi d’eleganza, distintivi che dicono del valore del made in Italy. Un po’ come è avvenuto per la moda, le cui griffe più prestigiose dettano legge nelle piazze di maggior competizione. Negli ultimi 3 anni le aperture degli Espressamente Illy sono state 140, con incursioni fino in Cina. In programma altre 500 entro i prossimi 5 anni. «Innovare significa sviluppare anche progetti di marketing che valorizzino il prodotto. Non è scontato riuscire a portare un modello di consumo autenticamente italiano a paesi che non sono abituati al bar come lo intendiamo noi. Illy si sta adoperando per superarne le barriere». Per convincere, con un design innovativo e con una ricerca della qualità, che il bar non è più un posto di consumo, ma un luogo piacevole di intrattenimento.
Negli Espressamente Illy è prevista un’area dove, oltre al caffè e ad altri prodotti dell’universo Illy, tra cui le tazzine Illy collection, saranno in vendita macchine espresso per la casa, articoli di design, oggetti da bar re-interpretati per uso domestico. Intanto, tra un caffè e l’altro, attraverso sagge combinazioni tra tradizione e innovazione, il gruppo Illy è in continua crescita. Nel 2005 ha chiuso con un fatturato di 227 milioni di euro, mentre per il 2006 si aggira sui 255. Vi lavorano circa 600 persone «che si sentono parte viva e collaborativa di una bella avventura umana e professionale. Non è semplice fare l’imprenditore continuamente richiamato a questa responsabilità. Credo però che il successo di un’impresa non possa prescindere da tale visione, perché il capitale umano rappresenta l’asset fondamentale di una realtà innovativa», stimola Andrea Illy. «Nell’era dell’ipercompetizione è rischioso fare impresa solo per il profitto. La relazione passa in secondo piano e la creatività ne subisce».
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