Uccidere la ragione.
L’ultima volta che Hrant Dink, il giornalista armeno assassinato a Istanbul la settimana scorsa, ha rilasciato un’intervista a un giornale italiano è stato due mesi fa all’inviato di Tempi che era andato a incontrarlo nella sede di Agos, il settimanale che aveva creato e dirigeva da dieci anni. Ci aveva colpito la sua fede nella ragionevolezza umana: aveva definito ‘imbecille’ la legge francese che punisce chi nega il genocidio degli armeni. Perché, aveva spiegato, il turco medio è negazionista non per malafede, ma perché è stato cresciuto con idee sbagliate circa la storia del paese e la vicenda degli armeni. «Per cambiare le sue idee sbagliate con idee giuste devo poter discutere con lui, cosa impossibile se le sue parole lo fanno finire dritto davanti a un giudice. Così come a me succede di finire in tribunale perché affermo in pubblico il contrario».
Per questo suo modo di ragionare agli occhi degli ultranazionalisti turchi l’intellettuale Hrant Dink era più pericoloso per gli equilibri del potere di mille terroristi curdi o di mille attivisti islamisti. L’avevano trascinato in tribunale quattro volte in cinque anni. Chi l’ha ucciso ha voluto liberarsi di una spina nel fianco e sabotare le chance di ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Lui aveva in qualche modo presagito la sua fine. Aveva scritto un anno fa: «Sì, è vero, gli armeni desiderano ardentemente questo suolo. Ma non preoccupatevi. Non vogliamo portare via questa terra, vogliamo venirci ed essere sepolti sotto di essa».
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